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venerdì | 23 Febbraio | 2024

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Alla scoperta di Marsala e del Perpetuo

Chissà se è una storia vera o un racconto impastato nella leggenda, quello dell’avventuroso approdo a Marsala di John Woodehouse, l’inventore dell’omonimo vino liquoroso. Si narra che il tycoon britannico venne spinto a approdare sulla costa della città più occidentale della Sicilia da un fortunale che per poco non lo fece naufragare. Ma gli storici propendono ormai su una versione meno romanzata e invece legata a più smaliziate ragioni commerciali: il brigantino con cui Old John, come veniva chiamato l’uomo d’affari di Liverpool, scorrazzava da una sponda all’altra del Mediterraneo alla ricerca di ceneri di soda, materia prima della lisciva, il detersivo più richiesto in quell’epoca, avvenne con ogni probabilità senza burrasche e conseguenti difficoltà di manovra. E ebbe una motivazione molto precisa: venire a conoscere il vino di forte struttura, regalata da grappoli ricchi di zuccheri come possono esserlo solo le uve coltivate su terreni invasi dal sole, che già da secoli si produceva proprio tra le contrade marsalesi tappezzate da vigneti. 

Oggi queste sono in tutto ben 103 e concorrono a formare lo scenario unico del territorio di Marsala. A dominarlo, la presenza delle Saline che si estendono sulla costiera con le loro vasche e i loro mulini a vento davanti alle isole Egadi; ma composto altresì da spiagge, scogliere e magnifiche colline coltivate, costantemente battute dai venti di scirocco e maestrale che trasportano la salsedine sui vigneti: elementi fondamentale della sapidità dei vini di questo areale. 

Le origini del vino Marsala

Proprio come quello ambrato fatto dai contadini marsalesi, della cui qualità quasi certamente lord Woodhouse era stato informato dai resoconti dei militari della corona che 70 anni prima stanziarono in Sicilia, soprattutto a Messina e a Palermo.

Quel vino rustico’, ma dall’elegante spettro olfattivo, a lungo conservato dai contadini marsalesi in grandi botti di rovere, lui lo stava proprio cercando. E quando, sbarcato a Marsala, lo assaggiò capì subito d’aver trovato la chiave di volta per risolvere i problemi di distribuzione legati allora al celebre Madeira, all’epoca il vino più bevuto in Inghilterra e non solo. L’intrigante vino siciliano trovato a Marsala veniva per giunta prodotto in quantità tali da soppiantare sia lo stesso vino ambrato della fiorita isola portoghese, sia i rossi più famosi dell’epoca, ovvero il Porto e lo Sherry, prodotto a Jerez de la Frontera, nel sud dell’Andalusia, altra importante base del business vitivinicolo dei britannici. 

Un cambio di prospettiva legato a ragioni di mercato e geopolitiche. All’inizio del 19° secolo infatti i terrazzamenti vitati di Madeira non bastavano più a soddisfare la domanda di quel vino; e a complicare il quadro ci si erano messe anche le campagne militari di Napoleone, la più lunga delle quali fu proprio l’occupazione della Spagna e del Portogallo, che paralizzò il commercio dei vini più amati dal popolo d’oltre Manica. 

Si trattava però di preservare la durata del vino trovato a Marsala durante i lunghi trasporti nelle stive delle navi. Woodehouse trovò la soluzione ‘fortificandolo’ con l’aggiunta di un certo quantitativo di alcol. Nasceva così, il Marsala. Ovvero il prodotto che a partire dagli inizi del 1800 alimentò l’avventura imprenditoriale della città, il cui nome deriva dall’arabo Marsa-Allah (Porto di Dio). Al punto da farne la seconda città italiana dal reddito pro capite più alto negli anni del secondo dopoguerra. Il punto è però che non ci sarebbe stato mai il Marsala senza la base di quel secolare vino ambrato locale, che oggi si va riscoprendo a poco a poco. Quel vino è il Perpetuo. 

Ingrediente basilare, il tempo: continuo e indefinito. 

Viene chiamato così, da secoli, perché nelle botti in cui riposa lo si rinnova, appunto, continuamente, per l’eternità. A Marsala, così come in tante altre zone siciliane e italiane vocate alla vite, era molto comune tra i vignaioli la pratica di lasciare una certa quantità di questo vino a affinare nelle botti; e, l’anno successivo, dopo la sottrazione di una razione destinata al consumo familiare o al suo commercio locale, di addizionare a quello ancora conservato una parte uguale di vino nuovo, proveniente cioè dall’ultima vendemmia. In questo modo, rinnovandosi di anno in anno, la riserva invecchia. E lo fa al meglio, perché grazie alla lenta ossidazione dentro la botte, migliora la sua particolare complessità aromatica: all’infinito, in un avvicendarsi di spillature e ricariche. 

Anticamente il Perpetuo si otteneva da vitigni come il catarratto, l’inzolia e la catanese bianca, oggi classificato come varietà reliquia; e anche dalle uve di grillo, vitigno che, si racconta, sarebbe nato nell’Ottocento dall’unione di catarratto e zibibbo, ma che invece, come dimostrano altri documenti storici, si sarebbe ibridato nel territorio trapanese già millenni prima. 

A Marsala, la storia del vino cola insomma nel bicchiere. Per questo un enotour alla scoperta del Perpetuo è un’esperienza da provare per arricchire il soggiorno nella città famosa per lo sbarco dei Mille capeggiati da Garibaldi nel 1860. Un’esortazione, questa, diffusa anche dalla seconda edizione del Perpetuo Wine Fest, organizzato dall’imprenditore e sommellier Giuseppe Vultaggio nella sua struttura agrituristica a Misiliscemi, il comune siciliano più ‘giovane d’Italia, istituito nel 2021.  

Le cantine in cui degustarlo e acquistarlo sono ancora poche rispetto alle centinaia di aziende vitivinicole sparse nel territorio; ma da qualche anno aumenta il numero dei produttori che comprendono l’importanza di puntare anche su questa ‘magia’ vitivinicola che sa di archeologia. 

La grande scommessa di De Bartoli sul ‘vino di Marsala prima del Marsala’ 

Da oltre un secolo, infatti, da quando cioè l’evoluzione della cultura del bere ha allontanato il Marsala dalle tavole imbandite, il Perpetuo era entrato nell’oblio. Rischiando di svanire del tutto con il ‘ciclone’ delle cantine sociali, negli anni ‘60.  Per riesumarlo occorreva un atto di ribellione: da intendersi anche come ‘ritorno al bello’, in questo caso rappresentato da un patrimonio culturale così prezioso e nascosto.  

A compierlo, negli anni ’70, Marco De Bartoli, marsalese doc, enologo e produttore scomparso nel 2011, fu il primo a cogliere nell’ area tra Marsala, Mazara del Vallo e Petrosino, il messaggio attualissimo di questo vino, che riporta a un passato misterioso, pre-fenicio: qualcosa come 4mila anni fa. 

L’azienda De Bartoli, ha la sua base nella contrada Samperi, nell’entroterra caratterizzato da aridi suoli calcarei ricchi di minerali, a 14 chilometri da Marsala: un contesto agricolo che trasmette il fascino di una delle aree storicamente più vitate del mondo. È qui che l’attuale generazione della famiglia custodisce le radici della viticoltura siciliana, continuando il percorso che, da pioniere, ha aperto il visionario Marco: quello del ritorno alle origini del Marsala. È l’atmosfera migliore in cui degustare il “Vecchio Samperi”, vino che l’azienda ha cominciato a imbottigliare nel 1980 e che oggi rappresenta il faro dei vini perpetui siciliani. 

La cantina della famiglia accoglie gli ‘enonauti’ provenienti da ogni parte del mondo con visite guidate, di circa i 1 ora e 30 minutidal lunedì al venerdì, solo su prenotazione.

Altra azienda in cui assaggiare il vino pre-british, è la Vini Barraco, ubicata in contrada Bausa. Qui, dal 2004, Nino Barraco porta avanti la produzione di vini autoctoni legati alla storia del territorio marsalese. Delle 10 linee di vini del suo portfolio, quello ossidativo di riferimento è l’Altogrado, affinato in botti di castagno. “A fronte della progressiva crisi della produzione del Marsala, fatta eccezione per tre, quattro aziende, quella del Perpetuo, con il suo appeal di vino di campagna dalla lunga storia, può invece rappresentare davvero un nuovo canale di sviluppo nel nostro territorio, a cominciare dall’enoturismo – sottolinea l’imprenditore.

Il successo del vino Marsala si dovette non solo al fatto che era il più simile ai vini prediletti dagli inglesi, ma anche alla possibilità di poterlo produrre sfruttando vigneti molto più estesi. Per questo poco dopo Woodehouse, arrivarono altre famiglie imprenditoriali -gli Ingham e gli Hopps, seguiti dai Florio – che impiantarono i bagli, le fattorie fortificate dall’ampio cortile interno, circondate da ettari di vigneti, in cui perfezionarono il sistema di vinificazione del Marsala. Tra queste strutture, una è intimamente legata al vino Perpetuo. 

Nel baglio dei leoni di Sicilia

È il Resort Donna Franca, intitolato all’affascinante consorte di Ignazio Florio, alla cui famiglia appartenne questa grande tenuta agricola, circondata da 70 ettari di vigneto. Con il tramonto degli industriali di origine calabrese la struttura finì, come tanti altri bagli, per essere totalmente abbandonata; come lo è ancora adesso un altro baglio dalla storia gloriosa situato a poche decine di metri di distanza, quello appartenuto proprio a John Woodehouse, oggi un rudere incastonato in un contesto agreste di rara bellezza, tra filari di viti e ulivi e lo sfondo dello Stagnone di Marsala. 

Nel 2000 l’enologo e ricercatore storico Giacomo Ansaldi acquistò questa struttura diroccata per restaurarla da capo a piedi, grazie anche a finanziamenti regionali dedicati al recupero di questi ruderi.

Il risultato è oggi un elegante wine resort con 15 camere da letto, di cui due de luxe e una suite, immerso in un’atmosfera da Belle Epoque siciliana; con, al fianco, l’Azienda agricola Ansaldi, dove si producono 9 linee di vini, tra rossi, bianchi e uno spumante metodo classico Brut,  ricavati da vitigni autoctoni e internazionali e 5 di prodotti biologici: dall’olio extravergine di oliva, ai capperi, dalla pasta tradizionale (le busiate trapanesi) alle marmellate.

Nel museo del vino Perpetuo

Ma la vera ‘chicca’ del Baglio Donna Franca è la sua cantina, dove Ansaldi custodisce gelosamente 29 botti di Perpetuo: acquistate, o donategli a poco a poco nei decenni, dai vignaioli delle contrade marsalesi con la condizione di impegnarsi a salvaguardare questo prezioso patrimonio che testimonia la perfetta interazione tra l’uomo ed il suo territorio. “Si tratta della collezione di vino Perpetuo più grande del mondo – tiene a specificare Ansaldi – , assemblata a seguito di un accurato studio territoriale, per un totale di 48mila litri di vino di annate diverse, la più longeva risalente al 1957”.   

 “Non è mai stato un vino di grandi commerci e non è un caso che non ce ne sia traccia nei documenti storici, a differenza di altri vini siciliani decantati dai Romani, come il Tauromenitanum di Taormina, il Mamertino a Messina, il Pollio di Siracusa”, sottolinea Ansaldi. 

Vino di nicchia,il Perpetuo. Da recuperare, valorizzare. Soprattutto da venire a assaggiare nei luoghi in cui continua a invecchiare, e a rinnovarsi, sfidando il tempo nel buio delle grandi botti. A Marsala la storia cola dentro i calici. 

di Antonio Schembri

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