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C’era un volta… il Cinema Diana di Catania

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C’era una volta, ora non c’è più, un uccellino dalle piume blu. Catania una volta era ricca, opulenta e spendacciona. La chiamavano la Milano del Sud. C’era una volta in cui si poteva seguire il filo delle fotografie, tutte in bianco e nero perché riportano a un passato mitico, diverso dal presente; un passeggio nel tempo, un viaggio multisensoriale tra gli odori, i sapori, le voci, le figure, i pensieri di un mondo che viene descritto come chiuso, piccolo, asfittico e locale e invece non è vero.

Quel mondo era molto più grande nel suo piccolo rispetto al mondo globale di oggi che è solitario, virtuale, introverso: c’era l’antichità, c’era il favoloso, c’erano altri mondi oltre quello presente. Quel mondo era anche duro, crudele, inclemente. Non puoi rimpiangerlo, tantomeno è possibile ritornarvi, e anche se volessi e potessi farlo non ci torneresti, non riusciresti più a vivere in quel modo.

E allora perché raccontarlo? Perché ci fa bene, ci restituisce fette di vita, ricordi e care presenze ora assenti; perché incuriosisce, diverte, fa pensare, e suscita pure qualche sentimento.

C'era un volta... il Cinema Diana di Catania - Be Sicily Mag - via umberto I e gli orti cinema diana 3.jpg
Via Umberto e orti cinema Diana (foto dall’archivio di Franz Cannizzo)

Dalla Bonifica del Rinazzo alla Nascita di Via Umberto I

Con la realizzazione di Via Umberto I, come documenta questa foto del 1907, a seguito della bonifica del mefitico focolaio infettivo del Rinazzo (ripetuti furono i casi di colera, ma non solo) avvenuta alla fine dell’Ottocento, gli spazi vuoti lasciati lungo l’importante sede stradale continuarono a ospitare le antiche attività orticole del luogo. Le questioni “religiose” che precedettero e seguirono la sua costruzione, come la via Umberto I che doveva concludersi con l’affaccio sull’ingresso del Giardino Bellini, ma la presenza della Chiesa di Santa Caterina, ne impedì l’originaria progettazione, influenzarono notevolmente lo sviluppo urbano.

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(foto dall’archivio di Franz Cannizzo)

La nascita del Cinema Diana

Fino al 1926, dove tra Palazzo Pancari e Palazzo Condorelli, immortalati
in foto, esisteva un grande orto e proprio in quel punto fu costruito un nuovo locale cinematografico in città, il Cinema Diana, a opera di Giovanni Sapienza Porto, che si aggiunse agli otto locali presenti in quell’epoca a Catania.

“Il Diana, finemente rifinito – spiega Franz Cannizzo, consulente di direzione e organizzazione di impresa, nonché grande esperto di turismo – divenne uno dei locali più eleganti e meglio frequentati della città, un punto di riferimento per gli amanti del cinema e della cultura. Fino a pochi anni fa, i locali storici del Cinema Diana ospitavano un’importante libreria, che offriva anche servizi di caffetteria e
realizzava molti eventi, diventando un luogo di incontro e di scambio culturale. Poi il sito storico fu nella disponibilità di una rete commerciale in franchising di abbigliamento, mantenendo viva la sua presenza nel cuore della città. Oggi ospita una hambugheria. Sic”

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C'era un volta... il Cinema Diana di Catania - Be Sicily Mag - cinema diana 2.jpg
(foto dall’archivio di Franz Cannizzo)

“Il Cinema Diana – continua Cannizzo – rappresenta un’icona del cinema etneo del primo Novecento, simbolo di innovazione e glamour in un’epoca di fermento
culturale. Progettato dall’architetto Paolo Lanzerotti su commissione del barone Filippo Pancari (nobile catanese del primo Novecento, figura di spicco del ceto borghese emergente, noto come committente di prestigiose opere architettoniche in città) aprì al pubblico il 24 dicembre 1925 (o 26 secondo alcune cronache), con la proiezione del film muto Maternità, accompagnata da spettacoli di varietà. La serata inaugurale attirò l’élite catanese: taxi e auto lussuose con autista si affollavano davanti all’ingresso, mentre carrozzelle da nolo dominavano ancora le strade, evocando un contrasto fra tradizione e modernità. Il locale simboleggiava l’ascesa del ceto borghese emergente, frequentato da notabili e famiglie abbienti in una Catania che si riscopriva cosmopolita post-bellica”.

Il barone Pancari

Un passo indietro. Chi era Filippo Pancari? “Figlio di Mario Pancari e Carmelina Scrofani (figlia del sindaco Francesco Salesio Scrofani) – spiega Cannizzo – nacque presumibilmente a Catania o dintorni alla fine del XIX secolo. Appartenente a una famiglia altolocata, incarnava la transizione dalla nobiltà tradizionale alla borghesia industriale e culturale post-terremoto del 1908.

Un capolavoro liberty tra arte e ingegneria

Ma torniamo al Diana. Fu il primo multisala di Catania e tra i pionieri in Italia, con una grande sala principale dotata di due tribune per varietà e proiezioni, e una saletta sotterranea dedicata solo a film. Il palcoscenico si apriva elettricamente, estendendosi nella platea per adattarsi a diversi usi, una tecnologia all’avanguardia che incantava il pubblico. Queste caratteristiche lo resero un tempio del divertimento multifunzionale, integrando cinema, teatro e cabaret in un unico spazio liberty”.

“La facciata in stile liberty – spiega Cannizzo – si sviluppa su due livelli con basamento lavico: il piano inferiore architravato da paraste composite e ingressi rettangolari, quello superiore scandito da paraste ioniche e una triplice finestra sormontata da timpano triangolare. Decorazioni pittoriche del professor Gaetano D’Emanuele impreziosirono gli interni, vincolati dal 1983 (D.A. n.480 del 31/03/1983). Oggi, la struttura mantiene intatte finiture di pregio, testimoniando l’eccellenza artigianale catanese degli anni ’20”.

Un gioiello dimenticato

Poi il declino e le trasformazioni. “Negli ultimi anni, dal 1979 circa – aggiunge l’esperto – il Diana proiettò film a luci rosse, chiudendo definitivamente nel giugno 1981. Riconvertito in negozi – Sisley, outlet, libreria Mondadori –
conserva il suo ruolo commerciale, con recenti interventi per accessibilità e manutenzione che ne valorizzano il patrimonio storico. Il suo destino riflette il declino delle sale storiche catanesi, schiacciate da tv e multisale moderni, ma invita a un recupero culturale per le nuove generazioni. Questo gioiello dimenticato stimola riflessioni sul patrimonio catanese: un invito a tutelare memorie che intrecciano storia, arte e vita quotidiana della nostra città”.

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