Non una di meno Palermo in prima linea per la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Lo scorso 23 novembre il movimento transfemminista e intersezionale è sceso in piazza, a fianco di centinaia di manifestanti, per denunciare gli episodi di violenza di genere che continuano a verificarsi quotidianamente. Il corteo in rosa è partito da Piazza Indipendenza ed è arrivato a Piazza Sant’Anna al grido di “Disarmiamo il patriarcato”. A raccontare a a BE Sicily Mag quelli che sono gli obiettivi promossi dal gruppo di attivisti è stata la referente locale Simona Maria Adele Palladino.
Non una di meno Palermo contro il patriarcato: “I femminicidi sono omicidi di Stato”
“Non una di meno è nato in America Latina e a macchia d’olio si è diffuso su tutti i territori. A Palermo è il sesto anno che scendiamo in piazza, in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza di genere. La nostra è un’urgenza. Dopo quello di Giulia Cecchettin si sono verificati altri 104 femminicidi in Italia e l’anno non è ancora finito”, questa la denuncia dell’esponente del movimento. Tra gli obiettivi di Non una di meno c’è quello di far comprendere che non è necessario combattere solo la violenza fisica: “Riconosciamo la violenza di genere non soltanto nella forma fisica. Il nostro è un sistema patriarcale, in cui il femminicidio rappresenta la punta di un iceberg che nasconde tantissime altre forme di violenza, da quella economica a quella istituzionale”.
“È fondamentale – continua Simona Maria Adele Palladino – riconoscere il ruolo delle istituzioni. Troviamo gravi le parole del ministro Valditara, secondo cui il patriarcato è morto già nel 1975. Non è così e a dirlo sono le statistiche e i fatti. I femminicidi sono un vero e proprio omicidio di Stato, perché lo Stato non guarda al fenomeno come strutturale e sistemico, ma come a un’emergenza. Ma i responsabili sono quei bravi ragazzi che nascono e crescono all’interno di scuole in cui manca un’educazione alla sessualità, all’affettività. I provvedimenti sono purtroppo inefficaci. Viviamo in un’economia di guerra, in cui le risorse vengono destinate ai finanziamenti delle armi, piuttosto che ai percorsi di uscita dalla violenza, di autonomia per le vittime e a quelli di educazione scolastica”.
Il fenomeno, secondo il movimento, non deve inoltre ridursi a concezioni razziste e retrograde: “Le violenze spesso nascono all’interno delle mura domestiche. Gli autori sono i padri, i fratelli, i compagni, i mariti. Non vogliamo cadere all’interno di quel razzismo istituzionale che vuole vedere nell’uomo nero il primo nemico delle donne. Ricordiamo che chi commette un femminicidio è un figlio sano del patriarcato, non è una questione di passaporto o di classe, è una questione strutturale e sistemica”, ha concluso.



















