“Quello che so di te” è l’ultimo libro della scrittrice siciliana Nadia Terranova, attualmente in tour nelle librerie d’Italia. L’autrice ha già fatto tappa nei giorni scorsi alla Feltrinelli di Messina e alla Modusvivendi di Palermo. Il libro arriva a meno di un anno di distanza dal romanzo per ragazzi “Scintille” e a tre anni da “Trema la notte“, ambientato durante il terremoto nello Stretto del 1908, che le ha regalato la vittoria del Premio Elio Vittorini 2022 e del Premio Piero Ottone 2023. Anche questa volta la città peloritana, in cui è nata, fa da sfondo alle vicende descritte, qui più personali che mai.
“Quello che so di te”, la mitologia familiare raccontata da Nadia Terranova
Con “Quello che so di te”, Nadia Terranova si addentra infatti in “quell’insieme di detti e non detti” che costituiscono la sua “mitologia familiare“, partendo da verità tramandate incomplete per poi indagare oltre. “Scrivere – ha spiegato la scrittrice a Be Sicily Mag – è sempre un processo di conoscenza, soprattutto delle possibilità dell’umano. A volte avviene attraverso la propria famiglia, altre volte no. Messina è sempre molto presente nei miei scritti. Per me quello di essere nata e cresciuta dentro un orizzonte che ho sempre provato a raccontare è un dato di fatto ineliminabile”.
Il luogo al centro della storia è, in particolare, il Mandalari, l’ex ospedale psichiatrico della città peloritana. Qui fu ricoverata Venera, bisnonna dell’autrice, figura attorno a cui ruota la trama. “Quello che so di te” è infatti un libro sulla memoria e sul recupero della storia di una donna che aveva da sempre fatto parte dei racconti di famiglia e dei sogni della pronipote. Il viaggio nel passato compiuto da Nadia Terranova passa poi per i luoghi in cui la protagonista ha vissuto e attraverso l’esplorazione dell’archivio del manicomio e la lettura delle cartelle cliniche che associano il suo malessere all’isteria, etichetta jolly a quei tempi associata esclusivamente alle donne.
Una storia al femminile: i temi, dalla reclusione alla maternità
Negli anni vissuti da Venera, la reclusione femminile era un fenomeno ancora particolarmente diffuso, come raccontato anche dalla stessa Nadia Terranova: “Fa parte della violenza maschile contro le donne, anche negli anni del fascismo. Parliamo proprio di un sistema di reclusione che vedeva nelle donne una bizzarria da contenere e da isolare”. I manicomi erano pieni di donne, rinchiuse per i motivi più disparati: perché non volevano figli, non sottostavano alle regole che venivano loro imposte o per semplice eccentricità. “Venera – spiega l’autrice – non apparteneva a nessuna di queste categorie. Non era un’eccentrica. Era una donna a cui non era stato il tempo dell’elaborazione del lutto”.
Proprio in questo la storia di Venera si ricollega ad un altro tema fondamentale del libro, che ne è stato anche all’origine: quello della maternità. Proprio con la nascita della figlia, infatti, nella mente di Nadia Terranova è nata la necessità di indagare sulla bisnonna, per togliersi di dosso l’ombra pesante della follia. La maternità diventa poi invece chiave di lettura della realtà, lente privilegiata e unica per guardare alle vicende della protagonista e comprenderle oltre ogni preconcetto.


















