Altro che botti di mezzanotte e calici di spumante: per un siciliano il vero capodanno arriva a settembre. È il mese in cui, finiti i bagni a Mondello e le granite a colazione, ci si guarda allo specchio e si dice “basta, da lunedì dieta” – salvo poi cedere al primo vassoio di cannoli portato dalla zia. Settembre in Sicilia è così: le scuole riaprono, il sole spacca i petri anche se l’autunno bussa, e tutti si sentono pronti a ricominciare. È il tempo dei buoni propositi, della palestra rifatta la tessera, dei quaderni nuovi per i figli e delle promesse sussurrate davanti alla Santuzza (o al santo del paese), sperando che stavolta durino almeno fino a ottobre.
Perché proprio settembre (e non gennaio)
Gennaio è teorico, settembri è pratico. In Sicilia il rientro coincide con la fine delle feste patronali estive, dei fichi d’India sui banconi e dell’ultima abbronzatura testarda. Il calendario “vero” lo fa la vita: ricomincia il lavoro dopo le ferie, ripartono mercati e botteghe a pieno ritmo, l’università si rianima, i pendolari tornano a riempire treni e pullman. È un reset silenzioso, meno rumoroso del 31 dicembre ma più concreto: “amunì, si riparte”.
Buoni propositi alla siciliana
La lista è sempre quella, ma ha un sapore locale. Palestra: si giura fedeltà a tapis roulant e addominali, con la promessa “a picca e a paci”, poco ma ogni giorno. Dieta: “Niente fritto”, si dice. Poi arrivano panelle e crocchè, la pasta alla Norma, il cuscus di pesce “solo la domenica” (e la domenica in Sicilia, si sa, è lunga). Si prova con le insalate di pomodoro, capperi e origano, con il pesce azzurro della settimana, con l’olio buono nuovo di frantoio appena si può. Il segreto non è negarsi tutto, ma misurare: in Sicilia la misura è un’arte, anche a tavola.
Scuola, lavoro e quel ritmo che torna
Settembre è il mese dei quaderni con la copertina lucida, delle code in cartoleria e dei “ti accompagno io stamattina” che diventano rituale. È il ritorno in ufficio tra “com’è andata?” e “qua non è cambiato niente”, col caffè al bar di sempre e le chiacchiere davanti al bancone che rimettono insieme la comunità. I negozianti riaprono con la vetrina rinfrescata, gli artigiani sistemano il laboratorio, i ristoratori accarezzano la carta dei menù che vira ai piatti di fine stagione: melanzane ancora regine, uva che addolcisce i dolci della casa, pesce più “di sostanza”.
Fede, riti e “Santuzza, pensaci tu”
C’è chi promette davanti alla Santuzza una settimana senza dolci o un mese di camminate “su per Monte Pellegrino”. Le feste patronali d’autunno segnano un ritmo lento e devoto: si torna alla misura delle cose, al “cu’ ‘a testa” prima di lanciarsi in corse improbabili. Le promesse nascono in chiesa e si allenano in cucina, al mercato, tra la scrivania e la passeggiata sul lungomare.
Stagione di raccolto: vendemmia, mustu e buone abitudini
In campagna si vendemmia, nei paesi si sente profumo di mosto e chi può si regala una domenica tra filari. È il mese dei pranzi leggeri ma saporiti: caponata “aggiustata” la sera, pesce spada alla griglia con una spruzzata di limone, insalate di cipolla rossa e origano. A tavola come nella vita, settembre insegna a fare spazio: si mette via ciò che è di troppo, si tengono le cose buone.
Piccole mosse concrete (che funzionano davvero)
Non servono miracoli, basta la costanza “a passu di babbaluci”:
- Un’ora di luce al giorno: camminata sul foro italico, sul lungomare di Ortigia o sotto l’Etna; dove sei, esci e cammina.
- Spesa stagionale: pomodori, melanzane, uva, fichi d’India, pesce azzurro. Più mercato, meno improvvisazione.
- Settimana “senza fritti”: non è una condanna, è una prova. La panelle te la concedi la domenica, e pace.
- Palestra o casa? Fatti furbo: se la palestra è lontana, due manubri e un tappetino in salotto.
- Agenda unica: lavoro, scuola, spesa, appuntamenti. Niente tre foglietti sparsi, “talìa” una sola pagina e stai sereno.
- Una promessa alla volta: meglio una abitudine che dura che dieci che saltano.
Nord, Sud, Est, Ovest: una Sicilia, mille settembre
A Palermo ci si misura col caldo che non molla, le passeggiate a sera e i primi venticelli di maestrale. A Catania settembre ha il cielo alto e l’Etna che fa da bussola, tra mercati in piena forma e chioschi che non chiudono mai. Nel Trapanese la costa profuma di tonnare a riposo e di cucine che raccontano il mare; nel siracusano la luce è ancora estiva ma il passo diventa autunnale. Ovunque la stessa scena: serrande che risalgono, Amunì che rimbalza tra i vicoli, una voglia di ordine che non toglie poesia.
La chiusa (con un occhio al futuro)
Settembre non è una bacchetta magica: è un invito. In Sicilia lo capiamo bene perché siamo figli del tempo lungo: quello delle stagioni, dei frutti che maturano “quanno è ora”, delle promesse che si mantengono a picca e a paci. Il vero capodanno non fa rumore, profuma di mosto e carta nuova, ha il suono delle scarpe che riprendono la strada. E quando la tentazione del dolce bussa – succede sempre – basterà dire “calma e gesso”, domani si ricomincia. Di nuovo.


















