L’italiano non sta mai fermo: si aggiorna, si reinventa, si lascia contaminare dal nostro modo di vivere. Lo Zingarelli 2026 ci regala più di mille nuove parole che entrano di diritto nel vocabolario, e dentro ci trovi un po’ di tutto: dalle paure sociali ai modi di dire da bar, fino a un piatto tipico siciliano che fa la sua comparsa accanto al “rosso Ferrari”.
Le parole che raccontano chi siamo
Prendiamo “amichettismo”: suona leggero, quasi innocuo, ma in realtà descrive la tendenza a favorire gli amici quando si tratta di dare incarichi e nomine. Insomma, quel vecchio vizietto italico del “ti conosco, ti piazzo” che in Sicilia chiamiamo senza troppi giri “comparaggi”. All’opposto c’è l’“hombre vertical”, l’uomo che non si piega a compromessi: in poche parole, uno di quelli che a Palermo diremmo “testa dura e senza peli sulla lingua”.
Poi c’è il “gaslighting”, termine inglese entrato nel nostro lessico quotidiano: quella manipolazione psicologica che ti fa dubitare di te stesso. Dall’amore tossico alle amicizie sbagliate, ormai lo riconosciamo subito e lo chiamiamo col suo nome.
E ancora: “turistificare”, che ci riguarda da vicino. Perché se è vero che la Sicilia vive (anche) di turismo, è altrettanto vero che il rischio è trasformare interi quartieri in cartoline senz’anima.
La nostalgia che diventa moda
Non poteva mancare la “retromania”: la passione sfrenata per tutto ciò che è passato. Qui da noi la vedi nelle bancarelle di vinili al mercato della Vucciria, nei vecchi videogiochi da bar anni ’80, o quando un ventenne scopre la Lapa e la trova “hipster”.
E qui entra la Sicilia: la busiata nel vocabolario
Tra le new entry c’è anche lei: la busiata, la pasta elicoidale di semola di grano duro tipica della Sicilia occidentale. Non solo piatto da sagre estive a Trapani, ma ormai riconosciuta come parola ufficiale della lingua italiana. E non è un dettaglio da poco: quando la nostra cucina finisce nei vocabolari, significa che la Sicilia non è solo un posto da mangiare, ma un posto che detta il linguaggio del gusto.
Lingua viva, Sicilia viva
In mezzo a “bromance” (quell’amicizia maschile profonda, senza sfumature sentimentali) e “friccicarello” (che suona quasi come un aggettivo inventato da una nonna palermitana per indicare qualcosa di frizzante), il dizionario ci dice una cosa semplice: le parole cambiano perché cambia la società. E in questo cambiamento, la Sicilia c’è sempre: che sia con una pasta tradizionale, con i suoi modi di dire o con la sua capacità di trasformare la vita quotidiana in linguaggio universale.


















