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Walter Veltroni incontra gli studenti a Catania: “In un mondo di seguaci, la fantasia è uno strumento rivoluzionario”

Ospite del ciclo Super Talks, organizzato dalla Scuola Superiore dell'Università di Catania, l'ex vicepresidente del Consiglio ha parlato ai giovani di temi di profonda attualità

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Dal mondo del digitale a quello reale, spaziando dall’uso dei social ai valori della democrazia. A Catania, giovedì 16 ottobre, Walter Veltroni, ex vicepresidente del Consiglio e Ministro per i beni culturali e ambientali, ha incontrato cittadini e studenti per il primo incontro del ciclo Super Talks, organizzato dalla Scuola Superiore dell’Università di Catania, sul tema “Il futuro è adesso: immaginare, credere, costruire“, lasciando ampio spazio alla riflessione e al dibattito.

Nella cornice del monastero dei Benedettini, Maria Elena Arrigo, allieva della Scuola Superiore, ha introdotto l’ospite, poi sono intervenuti la presidente della Scuola, Ida Nicotra, e l’allievo della Scuola Superiore, Vincenzo Scarvaglieri. Un incontro che ha aperto la mente a riflessioni profonde.

Veltroni sul mondo della tecnologia

Il talk di Walter Veltroni è stato guidato proprio dalle domande degli studenti, partendo da come questi ultimi siano immersi nella tecnologia. “Gli algoritmi sono in grado di decodificare i nostri comportamenti e la nostra vita. La tecnologia però è neutra, non sa mai quali sono le nostre intenzioni. Sulla Terra ci sono più telefoni cellulari che esseri umani e questo non è mai accaduto prima. I social ci hanno imposto un linguaggio”.

Il problema è che, come sottolinea Veltroni, l’uso della parola plasma la realtà. E sui social sembra che non si riesca più a parlare senza scaricare sugli altri odio. Il pensiero dell’altro viene necessariamente etichettato e stigmatizzato, perché, nell’estrema semplificazione, tutto viene ridotto al sì o al no, al bianco o al nero, come nell’antica Roma, quando la vita di uno schiavo dipendeva dal pollice alzato o abbassato dell’imperatore.

“Stiamo tornando ad essere un po’ come allora. Avere opinioni diverse sui social non è motivo di arricchimento reciproco, ma di isolamento dell’altro”. Anche nei Paesi con una tradizione democratica forte, si è consolidata l’idea che l’opinione altrui, se diversa dalla propria, non meriti di essere ascoltata e compresa, piuttosto viene aspramente attaccata e derisa.

Il valore della democrazia oggi

Veltroni sostiene che la democrazia stia nell’uso delle parole e nell’ascolto. “Le tecnologie oggi semplificano la nostra vita lasciandoci tanto tempo libero, ma tutto il tempo recuperato, lo passiamo sui social e a guardare il cellulare, per cui c’è stato tolto quel meraviglioso spazio che è l’immaginazione“.

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Poi precisa: “Il problema è che l’immaginazione ha bisogno della noia. La noia è essenziale. Io non mi fido di quelli che fanno centomila cose, una dopo l’altra. Bisogna annoiarsi, bisogna usare la fantasia per sottrarsi al dominio di quelli che ti dicono cosa devi fare. La fantasia è uno strumento meravigliosamente rivoluzionario, nei termini in cui le rivoluzioni sono quelle che cambiano l’ordine delle cose”.

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Come il sogno di Martin Luther King, il no pronunciato da Rosa Parks e quello di Franca Viola, ma anche il semplice gesto di Greta Thunberg di rimanere seduta con un cartello davanti alla sua scuola. Da quei gesti rivoluzionari è partita una minaccia, una valanga che poi ha generato la mobilitazione generale.

“Un verbo potentissimo è credere. Questa parola può essere interpretata in due forme: credere a quello che ti dicono, o credere a quello che ti dici. In questa decodificazione sta la differenza tra autoritarismo e libertà. Credere in quello che ti dicono comporta l’obbedienza; credere in quello che tu dici a te stesso è la forma più alta di libertà. La parola followers significa seguaci ed è una cosa mostruosa essere seguace di qualcuno. Da questo nasce l’autoritarismo, dilagante in tutto il mondo in questo periodo storico”, sottolinea Veltroni.

Walter Veltroni e il commento sull’attualità

Il discorso di Walter Veltroni si lega profondamente all’attualità. Milioni di ragazzi in questi giorni sono scesi in piazza a sostegno della popolazione di Gaza. È scattato infatti il bisogno di dire basta. “Così è successo anche per le manifestazioni ambientaliste e così è successo per la violenza sulle donne. Ad un certo punto i ragazzi decidono che non è sufficiente Tik tok, ma bisogna guardarsi negli occhi, bisogna darsi la mano, bisogna cambiare il mondo. Tutto questo non ha un segno partitico, ma il segno dell’umanità. Credere significa coltivare valori, ideali e non rinunciare al dubbio, che è l’anima della libertà. Bisogna sempre dubitare, bisogna sempre cercare. Cercare significa accettare un punto di vista diverso dal proprio”.

Quando invece si cade nel conformismo e si crede nelle idee di qualcun altro anziché nelle proprie, allora si cade nell’autoritarismo. L’umiltà dell’ascolto non compromette le proprie certezze, ma crea il dubbio, che è il contrario delle certezze assolute. “Le parole hanno un grande privilegio: possono costruire. Basta con le parole è tipico delle dittature, invece le parole sono la cosa più importante della vita, sono quelle in base alle quali noi ci conosciamo, ci amiamo. È importante imparare a selezionarle, scartando quelle che non devono essere pronunciate”. Le parole sono il primo seme di pace o di guerra, il mondo è cambiato con le parole.

“Le parole – ha ribadito – volano nell’aria come dei frammenti di coriandoli quando sono dette a vanvera. Le parole che contano, invece, costruiscono non solo su scala generale, ma nella nostra vita. Andatene a caccia per sfuggire al silenzio, perché ci vorrebbero tutti con la testa chinata su un cellulare, ci vogliono tutti followers. Io vorrei vivere in un paese in cui nessuno di noi sia costretto ad essere seguace di niente e di nessuno, ma che coltivi le parole, l’immaginazione e la convinzione di credere in se stessi”.

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La democrazia come arcobaleno di linguaggi

Per rafforzare il suo concetto, Walter Veltroni ha sottolineato come ogni volta che qualcuno ha cercato di costruire una lingua a tavolino per farla diventare la lingua di tutti, non c’è riuscito. “Ora l’inglese sta diventando una lingua universale, però io penso che la libertà sia fatta di tante lingue diverse, perché sono espressione di identità, come anche i dialetti, che sono figli della storia. La differenza tra sistemi autoritarie e democrazia è anche questa. Le democrazie sono arcobaleno, hanno dentro tanti colori, anche nei linguaggi. Io mi auguro che l’unica lingua universale sia la lingua dell’ascolto”.

L’ascolto però è proprio un elemento che sta venendo meno. Al contrario, bisognerebbe sempre promuovere il confronto. “Tutti noi che siamo qui, siamo cresciuti nella libertà, nella democrazia e nella pace. Mio padre, nato nel 1918, per tutta la sua adolescenza non aveva visto altro che il fascismo, non sapeva cosa fosse la democrazia. Tutte le dittature cominciano con gli applausi e finiscono con le lacrime. Una delle cose che le dittature fanno quando cercano di affermarsi è recidere la memoria. Lo studio invece è uno degli antidoti principali allo sfacelo che stiamo vivendo”.

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