Per body shaming si intende la pratica di deridere qualcuno per il suo aspetto fisico. Mai come oggi, in un’epoca in cui i social sono parte integrante della nostra quotidianità e ci spingono a esporci pubblicamente, ponendoci in costante confronto con gli altri e con canoni estetici spesso irrealistici, questo fenomeno amplifica le dinamiche del bullismo e del cyberbullismo. Le conseguenze psicologiche possono essere devastanti, ma non sempre vengono riconosciute nella loro gravità.
A parlarne a Bruxelles, con dati alla mano e attraverso il primo report internazionale sul tema, sono state le studentesse palermitane Lucrezia Biscardi e Asia Gelardi.
La sensibilizzazione al tema del body shaming
In questo contesto, proprio i componenti della Generazione Z – ovvero i giovani nati tra1997 e il 2012, tra i più colpiti da queste problematiche – sono anche quelli che più si impegnano per sensibilizzare sull’argomento e chiedere che venga affrontato su più fronti. Nascondere falle sociali oggi sembra davvero difficile, grazie a un’informazione sempre più accessibile. Ed è un bene, perché questo porta soprattutto i giovani nelle piazze, tra slogan e consapevolezza, a puntare i riflettori su temi come questo. “In un mondo in cui giovani come me pensano di non poter far nulla per cambiare una società in decadenza, esistono infinite possibilità per alzare la voce”, ha detto Lucrezia Biscardi.
L’intervento alle Commissioni europarlamentari
Ad ascoltare il report delle giovani studentesse siciliane, le Commissioni europarlamentari che hanno analizzato i dati Ue sul body shaming nelle fasce d’età comprese tra i quindici e i trent’anni. Sapere che un organo di rilievo come questo ha dato ascolto a una tematica così diffusa e pericolosa lascia ben sperare. “Non avrei mai immaginato di parlare davanti a europarlamentari di violenza di genere online – ha raccontato Lucrezia –. Ma da quell’incontro sono uscita più forte. È ora che la politica ci ascolti”.
Ciò che colpisce maggiormente è la modalità con cui i dati sono stati raccolti: una mappatura partecipativa condotta tra i giovani europei. A renderlo possibile è stato il progetto internazionale “Elephant Talk”, ideato dall’associazione palermitana Maghweb con Impact Hub Labs, Polylogos e Young Educators, e realizzato con il coinvolgimento di sei Paesi europei – Croazia, Spagna, Slovenia, Grecia, Portogallo e Romania. La ricerca si è concentrata sull’odio di genere online. In Italia, questo fenomeno – che si muove silenziosamente tra gli schermi – colpisce il 70% delle donne o delle persone con corpi che si discostano dal canone collettivo dominante.
La presentazione dello studio ha portato a una raccomandazione diretta per le politiche pubbliche. Tutti potranno accedere alla piattaforma “Stophatespeech.eu”, pensata come strumento di intervento a servizio delle istituzioni, in particolare delle scuole, luoghi dove nascono le prime relazioni sociali e si formano le esperienze emotive degli adolescenti.
Una richiesta che non può più aspettare
Questo può diventare un impulso diretto alle forze governative, che in parte hanno proposto di escludere i ragazzi delle scuole medie dai progetti di educazione affettivo-sessuale se non con il consenso dei genitori. Tuttavia, come dimostrato dal report, la richiesta dei giovani – che tocca il 98% – non può più essere ignorata: serve intervenire contro il fenomeno del body shaming, offrendo più spazi di dialogo e confronto.
“Ho avuto la fortuna di seguire un percorso Maghweb sull’educazione affettivo-sessuale e sulla prevenzione della violenza di genere – racconta Asia Gelardi , studentessa universitaria palermitana coinvolta nel confronto con gli eurodeputati –. Sono stata testimone di episodi di body shaming online: credo che la mancanza di un’educazione all’affettività sia uno dei principali mali della nostra generazione”.
Un po’ di dati
I numeri parlano chiaro: in Italia il 22% dei giovani tra i 15 e i 30 anni dichiara di aver subito body shaming online, mentre l’85% afferma di averlo osservato tra i coetanei. Quanto agli impatti sulla vita delle nuove generazioni, il 65% parla di salute mentale a rischio, seguito dal 61% che segnala comportamenti sociali devianti. Le Commissioni Ue Cultura, Diritti delle donne e parità di genere, e la Sottocommissione ai diritti umani, sono state informate sul contenuto del report, insieme alle testimonianze delle generazioni coinvolte nel progetto.
La consapevolezza, adesso, non manca ma la promessa deve diventare azione: tradursi in politiche sociali e internazionali concrete per contrastare l’odio e la violenza di genere.



















