Maria Lucrezia Rallo
Maria Lucrezia Rallo
Maria Lucrezia Rallo, classe 2002. Alfiere della Repubblica Italiana. Studentessa ad Unipa. TransFemminista Intersezionale incallita e studiosa della questione di genere, dell'intersezionalità e delle discriminazioni sistemiche. Ama e scrive poesie. La scrittura è il suo modo per comprendere il mondo dentro e fuori di lei. Ama l'arte in tutte le sue forme e la promuove affinchè sia più accessibile a tutt3.

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Maria Occhipinti: la vita della ribelle del Novecento nei ricordi della figlia Marilena

La ragusana Maria Occhipinti fu una "pensatrice libera", con una militanza che abbracciò diverse cause sociali: dal suo pacifismo radicale che la portò a distendersi incinta davanti carri armati nel 1945 al femminismo

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Maria Lucrezia Rallo, classe 2002. Alfiere della Repubblica Italiana. Studentessa ad Unipa. TransFemminista Intersezionale incallita e studiosa della questione di genere, dell'intersezionalità e delle discriminazioni sistemiche. Ama e scrive poesie. La scrittura è il suo modo per comprendere il mondo dentro e fuori di lei. Ama l'arte in tutte le sue forme e la promuove affinchè sia più accessibile a tutt3.
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Maria Occhipinti ha fatto della sua vita un manifesto di coraggio. Icona della Sicilia del dopoguerra, la sua ribellione antimilitarista a Ragusa la rese leggenda del movimento dei “Non si parte”, rappresentato da giovani che si rifiutarono di arruolarsi nell’esercito regio per combattere nel Nord Italia dopo la liberazione dell’Isola. Nonostante fosse al quinto mese di gravidanza, si stese sulla strada per bloccare il mezzo su cui venivano trasportate le reclute. Il suo atto la costrinse a trascorrere degli anni in carcere. Fu l’unica donna a essere condannata. È proprio durante il periodo di detenzione che, l’8 marzo 1945, diede alla luce la figlia, Marilena Licitra Occhipinti. È proprio quest’ultima a raccontare la sua storia a BE Sicily Mag.

La ribellione di Maria Occhipinti alla guerra

Maria Occhipinti era nata a Ragusa nel 1921. Di umili origini e vicina agli ambienti comunisti, decise presto di trasformare il suo corpo in uno scudo contro la guerra. Il 4 gennaio 1945, il suo gesto di ribellione innescò un’insurrezione popolare. L’atto, carico di significato politico e personale, non fu improvviso, ma attentamente pensato, animato dal dolore e dalla consapevolezza delle ingiustizie del conflitto. La donna non tenne conto di quelle che sarebbero state le conseguenze.

“Ho sempre saputo di essere nata quando mamma era confinata”, ammette Marilena. “Si era sdraiata, incinta di cinque mesi, davanti ai carri armati, nonostante avesse già perso una neonata, morta di stenti. Sapeva cosa poteva accadere”. Dopo il parto nel carcere di Ustica, tuttavia, Maria capì che doveva destinare la bambina a un futuro diverso. “Pregò mia nonna di venirmi a prendere per salvarmi. Così la sorella di mia mamma, zia Rosina, mi ha fatto un po’ da mamma”.

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Paladina del movimento dei “Non si parte!”

Una “straniera in patria”

Dopo la liberazione, Maria si ritrovò ad essere una “straniera in patria”. Fu abbandonata e ripudiata dalla famiglia nonché dalla comunità, che la considerava un “disonore”. Aiutata dall’amico anarchico Franco Leggio lasciò la Sicilia, costretta da quella situazione di disagio, dando il via a una vita di esilio e “peregrinare” con la figlia, mossa dal desiderio di darle un’educazione “come una cittadina del mondo”.

Il viaggio di Maria e Marilena toccò Napoli, Milano, Roma, la Svizzera, Parigi, fino ad arrivare in Canada e negli Stati Uniti, a New York, Los Angeles e alle Hawaii. “Fu un periodo molto travagliato, ma anche avventuroso”, ricorda Marilena. Maria, per avere il denaro necessario a vivere, faceva doppi lavori, spesso precari. Tra questi la sarta e l’aiuto infermiera. “Doveva sopperire alla mancanza di una figura paterna e ai problemi economici”.

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Il nomadismo, sebbene dettato dalla sete di libertà di Maria e dalla necessità di trovare lavoro, ebbe un impatto sulla figlia. “Ho vissuto senza radici, questo ha causato in me una grande sofferenza e insicurezza”. È un ricordo ancora doloroso. “Da bambina mi sentivo come un pacco postale, perché mamma mi lasciava da amici per andare a lavoro. Quelle rare volte che tornavamo in Sicilia ero felice, perché ritrovavo i miei parenti”.

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Maria Occhipinti

Il ritorno in Italia

Quando Marilena divenne maggiorenne, mentre si trovavano a Montreal, spinta dalla sua passione per il canto e dalla ricerca di stabilità, decise di dare una svolta alla sua vita. “Decisi di rimanere, di non seguire più mamma, di essere indipendente e studiare e lavorare per mantenermi”. Maria, invece, soltanto a 52 anni, decise di tornare in Italia. “Perché con la vecchiaia io voglio sentire la mia lingua, sono stufa”, disse.

Marilena la raggiunse nel 1975, abbandonando il coro del Teatro dell’Opera di Montreal e una carriera avviata per assisterla economicamente dopo un intervento che le aveva impedito di lavorare. Fu un sacrificio enorme. “Dalle stelle alle stalle. È stato terribile, per me, veramente terribile. Mi sono dovuta reinventare per prendermi le mie soddisfazioni”. La donna si ammalò di Parkinson e la figlia la curò fino alla sua morte, avvenuta a Roma nel 1996.

Le lotte: antimilitarismo, femminismo e diritti

Oggi l’eredità di Maria Occhipinti è più viva che mai. Sebbene venga ricordata per lo più per il suo gesto antimilitarista a Ragusa, fu una “pensatrice libera” con una militanza che abbracciò diverse cause sociali, dal pacifismo radicale alle manifestazioni contro la guerra del Vietnam. Il suo femminismo era atipico, lontano dai salotti intellettuali, vissuto sul campo nella lotta per l’autodeterminazione e contro le disuguaglianze economiche che penalizzavano le donne. I suoi scritti e la sua vita la definiscono un’antesignana dell’eco-femminismo: un pensiero che lega l’oppressione delle donne allo sfruttamento ambientale, evidenziando il suo profondo attaccamento alla terra siciliana, nonostante tutto il dolore che le aveva causato.

Le sue lotte si concentrarono anche sui diritti dei lavoratori. In Italia, al suo rientro, collaborò con gli ambienti anarchici romani denunciando in particolare lo sfruttamento dei lavoratori domestici da parte delleclassi borghesi. Inoltre, a Ragusa si batté contro l’esproprio di terreni agricoli per uso industriale e negli anni ’80 fu in prima linea a Comiso contro i missili Cruise.

Maria Occhipinti: la vita della ribelle del Novecento nei ricordi della figlia Marilena - Be Sicily Mag - Maria Occhipinti e le sue battaglie 1
Maria Occhipinti e le sue battaglie

La letteratura in memoria di Maria Occhipinti

Mentre era a Milano, Maria Occhipinti conobbe Piero Angarano, che la spinse a scrivere la sua autobiografia, “Una donna di Ragusa” pubblicata da Sellerio. Una dolorosa necessità: “Con quei suoi capelli lunghi sciolti, scriveva e scriveva. E nel mentre piangeva. Era per lei sofferenza, come una lava incandescente, una catarsi, una liberazione”, ricorda Marilena. Scrivere fu un atto di giustizia, sia per i caduti della rivolta che per la figlia stessa, che allora era adolescente. Oggi, molti docenti l’hanno adottata come libro di classe. E ancora, ci sono le sue raccolte di poesie, come Anni di incessante logorio.

Ragusa ha riconosciuto il valore della sua “cittadina del mondo” intitolandole una rotonda. Recentemente a Roma, presso la Casa Internazionale delle Donne, si è tenuto un importante convegno dedicato a Maria come figura cardine del pensiero femminista e pacifista.

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Marilena Licitra Occhipinti, che Adele Cambria, storica amica di Maria, definisce “serena come la Luna ma con un vulcano dentro”, è l’anello di congiunzione tra il passato e il presente. È lei che garantisce che la storia della madre ribelle sia ricordata nel segno della libertà e della tenacia.

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