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Aurora Quattrocchi e Margherita Spampinato raccontano “Gioia mia”: un film che parla di Sicilia tra generazioni

Tra scontri generazionali, amori nascosti e ricordi di Sicilia, Aurora Quattrocchi e Margherita Spampinato rivelano la genesi di Gioia mia, un film che custodisce memorie, sensibilità e una verità ancora attuale

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Un incontro generazionale, che unisce due mondi e due mentalità diverse ma destinate comunque ad unirsi. In Gioia Mia, l’opera prima della regista Margherita Spampinato, il giovanissimo attore Marco Fiore affianca l’icona del teatro e del cinema Aurora Quattrocchi. L’artista di origini palermitane, in occasione della proiezione nella città dei suoi genitori, al cinema Rouge et Noir, ha parlato a BE Sicily Mag insieme alla regista della sua ultima esperienza sul set e non solo.

La trama di “Gioia mia” ha al centro uno scontro generazionale

La trama di Gioia mia ruota intorno al protagonista Nico, per il quale è come fare un salto nel Medioevo quando i genitori lo spediscono dalla zia Gela in Sicilia per passare l’estate. Qui scopre infatti un mondo senza tecnologia, dedito alle buone maniere, alle preghiere e alla cucina “fondamentale”: sarde a beccafico, melanzane alla parmigiana e pasta al forno.

“Gli anziani, ora che la vita si è allungata, vanno dai 45 ai 60 anni. Dopodiché, permettete che possiamo diventare anche vecchi? Non ci dovremmo portare la parola anziani, che non significa niente, fino ai 100 anni. Gli anziani non hanno nulla da imparare dai giovani, i vecchi certamente. E viceversa. È una situazione che questo film mette in evidenza”, così Aurora Quattrocchi, che interpreta proprio Gela, ha parlato dell’argomento.

L’amore proibito

Ma Gioia Mia è molto più di un semplice incontro-scontro generazionale. È anche il racconto di un amore proibito, quello tra Gela da giovane e Adele, raccontato dalla protagonista per la prima volta proprio a Nico, preso dalle sofferenze per l’amore verso la sua babysitter ormai prossima al matrimonio.

L’amore di Gela e Adele, costrette a separarsi perché considerate “diverse”, è un tema molto ricorrente nelle storie familiari, ma si rivela spesso anche attuale. “Diciamo che qualcosa è cambiato. Certo non è più tutto così. Ancora però ne sento di queste storielle di matrimoni combinati e di omosessualità sepolte. Non è una faccenda che riguarda solo la Sicilia, succede dovunque. È una questione di intelligenza e di sensibilità”, ha sottolineato Aurora Quattrocchi.

Il lavoro con il cast

Rory ha parlato poi di com’è stato lavorare con la giovane regista Margherita Spampinato: “È un fiore all’occhiello, bello spampinato (ride, ndr). Dal primo giorno che ci siamo incontrate è stato bacetti, bacetti. Quando l’ho vista ho pensato che fosse giovanissima, poi mi ha detto che aveva un figlio di 11 anni. È comunque una persona giovanissima mentalmente, piena di sfarfallii”.

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E sul piccolo Marco Fiore: “Non ho avuto nessuna difficoltà, nonostante la differenza di età. È stato tutto bello. Quando si comincia bene, si finisce meglio. Questo grande successo è derivato anche da questa grande passione e questa enorme energia positiva che Margherita ha trasmesso a tutti noi”.

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Le origini palermitane di Aurora Quattrocchi

Il personaggio di Gela ha dato grandi soddisfazioni ad Aurora Quattrocchi, che ha ricevuto anche un premio al Festival di Locarno. Per interpretarla, l’attrice si è ispirata alle sue nonne. “È normale per un attore copiare qualcuno, attingere da qualche fonte. Essere un attore significa proprio che ti bevi la vita, che da sempre e per sempre sarai tutto quello che vedi. Tutto intorno a te ti incuriosisce, te lo porti dentro. Un attore è 1540 miliardi di personaggi” .

Nata a Mattuglie, in Istria, da genitori palermitani, Rory si è trasferita a Palermo da giovanissima: “Palermo mi era piaciuta tanto. Non ci sono nata, ma ci sono venuta quando ero piccola per mie situazioni familiari. Prima Palermo era una città bella, molto bella, molto aristocratica, molto elegante. Poi i villini della Via Libertà sono stati bombardati, tante altre cose sono successe. Era piena di fontane, era piena di palme, era piena di bellezze”.

“La Sicilia sul grande schermo – ha aggiunto – non è mai andata via, ma è stata usata male. È stata inflazionata dal grande schermo, usata a loro uso e consumo dai nostri cari”.

Le parole di Margherita Spampinato

È nata a Palermo ma è cresciuta a Roma, invece, Margherita Spampinato, che è alla sua prima esperienza dietro la cinepresa e ha voluto rendere omaggio alla Sicilia e ai suoi ricordi. “Vedere sul maxischermo il mio progetto è stato un sogno. Appena l’ho finito di montare, siamo arrivati a Locarno, dove è stato proiettato davanti a 500 spettatori che hanno apprezzato. Vederlo con Aurora che non lo aveva ancora visto, è stato ancora più emozionante”. 

Per chi è nato e o cresciuto in Sicilia, l’espressione “Gioia Mia”, che fa da titolo al film, fa parte del vivere quotidiano. “Anche quando sono venuta a girare il film e durante i casting, le nonne che venivano a fare il casting mi chiamavano sempre gioia mia. Per chi viene da fuori è un’espressione potente con un significato caldo. Gela, nel film, è l’unica a non rivolgersi al protagonista con questa espressione, mentre le altre nonne sì. Eppure sul finale, quando si guardano, seppur non detta, è un’espressione di cui si appropriano”. 

Come per gli attori, anche i registi mettono un po’ di se nei personaggi che scrivono: “Ho messo in Gela tutte le nonne e le zie che mi hanno cresciuta, con le loro buone maniere e la loro fede. C’è anche la credenza degli spiriti. E la presunta asessualità delle zitelle. Il personaggio di Nico è ispirato alla me bambina, ma mi sembrava più divertente che fosse maschio, così da creare una dinamica più spiritosa con Aurora. È ispirato anche a mio figlio, che ha la stessa età”. 

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Le donne del cinema

Infine, Margherita Spampinato ha parlato anche del mondo delle donne nel cinema e del suo percorso personale e lavorativo: “Per le donne è tutto difficile perché prima sei troppo giovane e poi troppo grande. Si vede anche nei numeri. Sono infatti pochissime ancora le donne che dirigono i film. Ma questo vale per tutti i campi. Per fortuna adesso se ne parla, anche se il cammino è ancora lungo”. 

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