Riapre le sue porte la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, uno dei luoghi più carichi di storia del centro di Palermo, proprio accanto agli storici edifici del Comune e della Chiesa della Martorana. Dopo un anno di chiusura per un intervento di restauro mirato alla salvaguardia delle preziose superfici lapidee, il complesso monumentale torna a mostrarsi nella sua piena bellezza, restituendo alla città un tassello fondamentale del suo patrimonio artistico e spirituale.
L’operazione, presentata con il titolo evocativo “Il canto della pietra, il volto della Madre”, ha riguardato in particolare la straordinaria pavimentazione a intarsi marmorei, uno degli elementi più distintivi della chiesa, insieme al coro marmoreo posto all’ingresso.
Il restauro dei marmi e il rispetto dei materiali originali
L’intervento, finanziato dal Ministero delle Infrastrutture con un investimento di circa 900mila euro, è stato condotto secondo rigorosi criteri scientifici. I restauratori hanno dovuto affrontare un delicato problema strutturale: l’alterazione chimica del legante originario che univa i marmi al supporto. Una colla inusuale, utilizzata in origine, aveva progressivamente perso la propria capacità adesiva, causando sollevamenti e distacchi delle lastre.
Un lavoro complesso, eseguito nel pieno rispetto dei materiali originali, che oggi consente di ammirare nuovamente la raffinata geometria delle pietre e il loro dialogo cromatico, cuore estetico e simbolico della chiesa.
Il ritorno del Van Dyck e la devozione domenicana
La riapertura è stata anche occasione di festa per il ritorno nella sua collocazione originaria della Madonna del Rosario, dipinto secentesco di Antoon Van Dyck, protagonista di uno dei momenti più significativi della storia artistica e devozionale del complesso. Il duplice evento è stato seguito dall’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice.
“È il recupero di un pezzo importante della storia e della devozione della città – ha sottolineato il rettore della chiesa, Giuseppe Bucaro -. Il quadro di Van Dyck è stato scelto per rappresentare la Madonna del Rosario, devozione tipica dei domenicani, ed è stato collocato tra tre sante Rosalia a raccontare il ruolo delle suore del monastero di Santa Caterina nella storia della liberazione dalla peste».
Sette secoli di clausura, silenzio e spiritualità
Per oltre sette secoli, Santa Caterina ha ospitato le suore di clausura dell’ordine domenicano, diventando uno dei luoghi più emblematici della Palermo monastica. Solo con la crisi delle vocazioni il convento è stato chiuso, per poi riaprire al pubblico nel 2017, segnando una nuova fase di restituzione del complesso alla città e ai visitatori.
Tra le sue mura si è custodita per secoli una vita scandita dal silenzio, dalla preghiera e da una raffinata cultura artistica, testimoniata ancora oggi dalla ricchezza degli arredi, degli stucchi e delle opere d’arte.
Le origini medievali
La storia della chiesa e del convento di Santa Caterina affonda le radici nel Medioevo. Il complesso fu costruito tra il 1310 e il 1329 per volere di Benvenuta Magistro Angelo, appartenente a una ricca famiglia aristocratica palermitana. In origine la struttura era destinata a ospitare le cosiddette “repentite”, donne che avevano deciso di cambiare vita seguendo un percorso di redenzione.
Nel corso del Quattrocento il complesso cambiò funzione, diventando convento per monache di clausura. Da allora Santa Caterina si è imposta come uno dei centri più importanti della spiritualità domenicana in città, ampliandosi e trasformandosi nel tempo fino ad assumere l’imponente assetto attuale, dominato dalla grande cupola che ancora oggi segna lo skyline del centro storico.





















