Era la mattina del 6 gennaio 1980 quando, mentre Palermo si prepara a festeggiare l’Epifania, l’allora presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella venne assassinato sotto la casa in via della Libertà. Stava per recarsi a messa insieme alla famiglia quando un sicario si avvicinò alla sua automobile e lo freddò con colpi di rivoltella calibro 38 attraverso il finestrino. L’uomo si allontanò per ricevere dal complice un’altra arma con cui torna indietro per esplodere ulteriori colpi. L’agguato è rapido, studiato, inequivocabile.
Chi era Piersanti Mattarella
Democristiano, allievo politico di Aldo Moro e presidente della Regione dal 1978 al 1980, Mattarella incarnava un progetto di rinnovamento profondo in una terra segnata da intrecci opachi tra politica, affari e criminalità organizzata. Aveva introdotto regole più rigorose negli appalti pubblici, ispirandosi alla normativa nazionale, e parlava apertamente di una “Sicilia normale”, sottratta al sistema clientelare e mafioso. Suo fratello Sergio Mattarella, attuale Presidente della Repubblica, decise allora di entrare attivamente in politica, ispirato dalla sua figura.

Un delitto senza verità definitiva
Le indagini sull’omicidio di Piersanti individuarono come possibili esecutori materiali i mafiosi Nino Madonia e Giuseppe Lucchese, già condannati per altri delitti. Tuttavia, il percorso giudiziario si rivela da subito complesso e accidentato. Depistaggi, prove scomparse, piste parallele e rivendicazioni false contribuirono a rendere il quadro frammentato.

Nel corso degli anni, l’inchiesta si intrecciò con la cosiddetta “pista nera” e con il coinvolgimento di ambienti dell’estrema destra, mentre le analisi balistiche confermano l’uso di armi compatibili con altri omicidi eccellenti di matrice mafiosa. A distanza di decenni, nuove indagini riaprono interrogativi mai risolti: nel 2024 emergono elementi su presunti depistaggi, mentre nel 2025 viene arrestato un funzionario accusato di aver ostacolato il ritrovamento di prove cruciali. La verità giudiziaria resta incompleta, sospesa tra ciò che è stato accertato e ciò che continua a mancare.
La letteratura come interrogazione politica
In questo spazio lasciato aperto dalla storia e dalla giustizia si inserisce anche il lavoro di Miguel Gotor. Nel saggio L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna (1979-1980), pubblicato da Einaudi, lo storico ed ex-senatore prende le mosse dal delitto Mattarella per costruire un’indagine più ampia sulle zone d’ombra del potere italiano.
Il libro attraversa gli anni cruciali tra il 1979 e il 1980, mettendo in relazione l’assassinio del presidente della Regione Siciliana con altri eventi traumatici della storia repubblicana, come la strage di Ustica e quella di Bologna. Gotor indaga gli “ibridi connubi” tra neofascismo, massoneria occulta, mafia e apparati deviati dello Stato, collocando la vicenda Mattarella in uno scenario nazionale e internazionale segnato dalla Guerra fredda e dalla decisione degli Stati Uniti e della Nato di installare in Sicilia i missili Cruise.

Più che offrire risposte definitive, il saggio restituisce la complessità di una stagione in cui riforme, violenza e interessi geopolitici si sovrappongono. Dopo oltre quarantacinque anni dall’omicidio, la figura di Piersanti Mattarella continua così a interrogare il presente, ricordando quanto possa essere alto il prezzo di un’idea di politica fondata sulla legalità.



















