Diciamoci la verità. Non c’è emozione umana più pura, intensa e segretamente appagante del ricevere un messaggio WhatsApp alle 19:00 di venerdì sera che recita: «Scusami tantissimo, ho avuto un imprevisto, possiamo rimandare la cena di stasera?».
Mentre digitate un diplomatico e falsissimo «Ma figurati, mi dispiace un sacco, alla prossima!», il vostro cuore canta di gioia. Vi sfilate i jeans stretti con la velocità della luce, infilate i pantaloni della tuta con l’elastico più cedevole che avete nell’armadio e vi lanciate sul divano come se fosse una piscina olimpionica. Non siete asociali, né depressi. Siete semplicemente entrati, con tutti i comfort del caso, nell’era della JOMO.
Dalla FOMO alla JOMO: la guarigione di una generazione
Per chi si fosse perso l’acronimo, JOMO sta per Joy of Missing Out, ovvero la “gioia di perdersi le cose”. È l’esatto, salvifico contrario della FOMO (Fear of Missing Out), quella patologia sociale che ha infestato gli anni 2010 spingendoci a uscire sei sere a settimana per il terrore che, restando a casa, ci saremmo persi la festa del secolo, l’incontro della vita o, peggio ancora, saremmo sembrati dei perdenti sfigati.
Fino a pochi anni fa, passare il sabato sera sul divano era un’ammissione di fallimento mondano. Guardavamo le Storie su Instagram degli altri — gente accalcata in locali rumorosi, con drink sovrapprezzo in mano, che urlava per sovrastare la musica — e provavamo una morsa allo stomaco. Sentivamo il dovere morale di esserci, di performare la nostra vita sociale a favore di telecamera.
Oggi, per fortuna, siamo guariti. Abbiamo capito che in quei locali rumorosi, al netto dei filtri, la gente si stava annoiando a morte esattamente quanto noi. E abbiamo iniziato a rivendicare il diritto sacrosanto di non fare assolutamente nulla.
Il divano come nuovo status symbol
La JOMO non è pigrizia, attenzione. È un atto di ribellione consapevole in un mondo che ci vuole sempre connessi, sempre reperibili, sempre produttivi e sempre “sul pezzo”. In una società in cui l’iper-stimolazione è la norma e la nostra attenzione è la moneta di scambio del web, l’assenza diventa un lusso esclusivo.
Abbiamo smesso di giustificarci inventando scuse improbabili (la febbre improvvisa, il gatto che sta male, il tubo del lavandino rotto). Oggi abbiamo sdoganato la frase più potente e rivoluzionaria del decennio: «Stasera non esco perché sono stanco e voglio stare a casa». Punto. Nessun senso di colpa, nessuna spiegazione aggiuntiva. Proteggere la propria energia vitale e stabilire confini netti è diventato molto più cool che farsi vedere nel privè del locale alla moda.
La gioia della disconnessione
Praticare la JOMO significa spegnere il radar. Significa accettare con serenità che il mondo andrà avanti benissimo anche senza di noi per un paio di sere. Significa godersi un libro, una serie tv mediocre, una maschera per il viso o il semplice, meraviglioso silenzio della propria cucina senza la sensazione strisciante di stare sprecando del tempo utile.
Abbiamo scoperto che la nostra casa non è una sala d’attesa tra un evento sociale e l’altro, ma un santuario. E la cosa più bella di questo mutamento culturale è che ci sta rendendo amici migliori, partner migliori e persone infinitamente più tollerabili. Quando scegliamo di uscire, adesso, lo facciamo perché ne abbiamo davvero voglia, non per timbrare il cartellino della mondanità. Siamo presenti, lucidi, e non passiamo la serata a sbadigliare guardando l’orologio.
Quindi, stasera, se sentite quell’irrefrenabile desiderio di annullare tutto, fatelo. Mettete il telefono in modalità aereo. Indossate i calzini più brutti e caldi che avete nel cassetto. Il mondo fuori continuerà a girare, le feste si faranno lo stesso, i drink verranno bevuti e le foto verranno postate. Ma voi, dal vostro divano, avrete vinto il premio più ambito della contemporaneità: la pace dei sensi.


















