C’è una voce che, più di altre, ha raccontato sogni, ferite e riscatti di un popolo intero. È quella di Nino D’Angelo, artista partenopeo capace di attraversare decenni di musica e costume senza mai perdere il contatto con le proprie radici. Dal caschetto biondo, diventato icona popolare, alle melodie che hanno fatto cantare intere generazioni, nel corso della sua carriera è stato molto più di un cantante.
Amato, discusso, reinventato, ha saputo trasformare la semplicità in forza narrativa, portando dal cuore dei vicoli di Napoli ai grandi palcoscenici una storia fatta di passione, identità e riscatto. Nel 2026 celebra i cinquant’anni di carriera con il tour “I miei meravigliosi anni ’80… bis!” e si racconta a BE Sicily Mag in vista della tappa del 20 febbraio, che lo vedrà protagonista al Palacatania.
Nino D’Angelo si racconta
Figlio di padre operaio e madre casalinga nel quartiere di San Pietro a Patierno, cosa ha reso Nino D’Angelo un vincente? “Il voler emergere a tutti i costi. Quando mi sono accorto che i miei genitori erano poveri e anch’io come loro, è scattata in me una fortissima voglia di vincere. Sentivo quella spinta interiore e capivo che c’è chi nasce da una parte e chi dall’altra. E io ero uno scamazzato, uno sconfitto”.
Un nato per perdere che ce l’ha fatta. “Sono nato fra quelli che non hanno voce. Sto sempre con loro, ma ora ho più voce degli altri e la metto al servizio delle persone che mi hanno aiutato. Sono un miracolo del popolo. Non bastano talento e passione, c’è bisogno del pubblico“. Un profondo affetto implica però spesso grandi rinunce. “Non so se sia stato un sacrificio diventare Nino D’Angelo, perché l’ho fatto rimanendo me stesso. Non ho cambiato niente di me per il successo“.
La carriera
L’artista ora porta in scena uno spettacolo che ripercorre la sua carriera cinematografica e i suoi più grandi successi. “Con i primi film mi accorsi che stava cambiando qualcosa. Negli anni Ottanta ero molto richiesto, facevo l’Olympia di Parigi, il San Carlo. Ciononostante, c’era il pregiudizio che uno col mio aspetto di allora potesse produrre soltanto caz*ate. Ma quel caschetto – che piaccia o no – ha fatto una rivoluzione”. Prima c’erano le canzoni di malavita, la sceneggiata. “Io sono quello che ha portato il sentimento, l’amore, il valore della famiglia… E così hanno cominciato a prendermi sul serio. Hanno visto che, sotto quel caschetto biondo, ci stava pure una testa“.

Eppure gli esami non finiscono mai, come diceva Eduardo. “Ho dovuto affrontarli più volte, e li ho superati. Faccio il mestiere che sognavo, mi pagano per cantare e mi diverto. Poi, certo, quando è arrivato il David di Donatello, è stata una gioia inaspettata. L’ho vinto per Tano da morire, un film ambientato a Palermo”.
Il rapporto con la Sicilia
La Sicilia ha cambiato la vita di Nino D’Angelo. “Amo profondamente questa terra, il primo successo l’ho fatto là. Venirci a cantare è anche un modo per ringraziarla”. Il Sud in Serie A. È possibile? “È grazie ai social se il divario tra Nord e Sud si sta accorciando. Hanno fatto vedere come il Mezzogiorno d’Italia non sia fatto soltanto di mafiosi e camorristi, che sono la parte minore, ma di persone perbene, gente onesta, solare, accogliente, che, per lavorare, è costretta a lasciare i propri affetti e cercare fortuna altrove”.
Nazionalpopolare, frequenta poco il suo ambiente. L’artista ha raccontato infine com’è fuori dal palco: “A casa sono Gaetano. Nino è quello che ci dà da mangiare e merita rispetto. Se gli sto facendo questo omaggio, il tour de i miei meravigliosi anni Ottanta, è perché devo tutto a lui, a quel caschetto che ha fatto la storia della musica napoletana. E non solo”.




















