A Villa Igiea il confronto è esploso subito. Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, ha accusato il governo di voler “addomesticare la magistratura”, mentre il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha ribattuto che con la riforma “i magistrati saranno più liberi e più indipendenti”. Davanti a una sala gremita, a Palermo, il primo vero dibattito sulla separazione delle carriere è diventato il cuore di una sfida politica e istituzionale che accompagnerà l’Italia fino al referendum del 22 e 23 marzo.
Un confronto acceso, che arriva in una Sicilia dove — secondo il sondaggio Only Numbers presentato durante l’incontro — più della metà dei cittadini (54,5%) ha un’opinione negativa della giustizia, e dove sei persone su dieci ritengono che nel nostro Paese non si possa parlare di “giustizia giusta”. Una sfiducia profonda, che però cambia volto tra i più giovani. Nella fascia 18–24 anni, infatti, il 44,4% esprime un giudizio positivo, e oltre la metà crede che una giustizia giusta sia possibile.
Nordio: “La riforma non umilia la magistratura, la libera”
Il ministro della Giustizia del Governo Meloni ha difeso l’impianto della riforma con toni netti: “La magistratura è un ordine autonomo e indipendente da qualsiasi altro potere – ha detto. Sono stanco di sentirmi dire che un giorno questo potrebbe cambiare. È un processo alle intenzioni. Questa riforma non umilia la magistratura, al contrario ne enfatizza la libertà”.
Per Nordio, la separazione delle carriere è un passaggio necessario per completare il modello accusatorio introdotto con la riforma Vassalli. “Il cittadino – ha sottolineato – non può sentirsi tranquillo sapendo che il giudice terzo viene valutato dal pubblico ministero che la mattina gli ha fatto un’istanza. La separazione delle carriere serve a garantire davvero la terzietà del giudice”.
Sul sorteggio dei membri dei nuovi CSM, uno dei punti più contestati, il ministro ha rivendicato la scelta: “Le correnti esistono e nessuno può negarlo – ha ribadito – Il sorteggio serve a spezzare quella promiscuità tra giudici e pubblici ministeri che ha prodotto distorsioni nel sistema di autogoverno”.
E ha promesso che, dopo il voto, si aprirà un dialogo vero: “Quando avremo vinto apriremo un tavolo di confronto con avvocatura, magistratura e mondo accademico per le leggi di attuazione. Finora non è stato possibile perché alla notizia della riforma l’ANM ha risposto con uno sciopero. Non è vero che impediremo il ricorso in Cassazione contro le decisioni dell’Alta Corte disciplinare. È una falsità che va smentita”, ha concluso.
Conte: “È un disegno di politica criminale”
La replica di Giuseppe Conte è stata immediata e durissima: “State realizzando un disegno di politica criminale – ha attaccato – Non volete una giustizia domestica, ma una giustizia addomesticata, controllata dal potere politico”.
Per l’ex presidente del Consiglio, la riforma non migliora l’efficienza dei processi e non affronta i problemi reali della giustizia: “La separazione delle carriere non ha nulla a che vedere con l’efficienza della giustizia. Lo ha scritto lo stesso ministro Nordio nel suo libro: è un problema secondario che non merita di avvelenare i rapporti tra magistratura e politica”.
Conte ha contestato anche il metodo: “Avete blindato il testo in Parlamento, impedendo qualsiasi discussione. E ora volete farci credere che ci sarà dialogo nella fase attuativa? È una contraddizione evidente. Vorrei ricordare che quando ero presidente del Consiglio avevamo avviato un progetto per un sorteggio temperato. Eleggi prima una platea ampia di magistrati divisi per regione e poi su quella operi un sorteggio. Loro invece hanno fatto un sorteggio puro, significa che un magistrato ci capita lì per lotteria, a casaccio. Non è che chi sta a casa non capisca che questo è un tentativo di disarticolare la magistratura e indebolire l’autogoverno. Inoltre, al PM che indaga sulla Santanché a Milano, con questa riforma chi glielo farà fare di rovinarsi una carriera per indagare un ministro? Questa riforma – ha concluso – altera gli equilibri costituzionali. Non è una riforma per i cittadini, ma per i colletti bianchi e per chi vuole avere le mani libere senza rispondere a nessun contropotere”.
Le ragioni del Sì
Il presidente del Consiglio Nazionale Forense Francesco Greco ha invitato a riportare il confronto su toni istituzionali: “Il richiamo del capo dello Stato va ascoltato. La giustizia riguarda tutti e va affrontata con serenità, perché nelle aule si decide la vita dei cittadini. Questa riforma tende a rendere più terzo il giudice, più autonomo il pubblico ministero e a mettere l’avvocato sullo stesso piano del PM. È un principio giusto: l’unico che sta al fianco del cittadino in un processo è l’avvocato”.
Il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi ha invitato a riportare il confronto su un terreno civile: “Il dibattito politico ha un limite: non può essere la demonizzazione dell’avversario. Voti sì o voti no a seconda delle ragioni che ti sei dato, non perché sei una persona per bene o un malfattore. Entriamo nel merito, non facciamo falli di reazione. Altrimenti allontaniamo i cittadini dal referendum, che è il più alto momento di partecipazione democratica”.
Il direttore del Politico Quotidiano Alessandro Sallusti ha ricordato che il problema non nasce oggi: “Quello che ha raccontato Palamara dimostra che la democrazia è stata inquinata dal sistema delle correnti. Una riforma costituzionale non può aumentare organici o stipendi. Serve a mettere a posto le fondamenta. Poi penseremo all’ascensore e alle luci che non funzionano”.
Le ragioni del No
Il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia ha riportato il dibattito sul piano tecnico: “La separazione delle carriere non c’entra nulla col giusto processo, che è nella Costituzione dal 1999. Se un cittadino pensa che con la vittoria del sì il suo processo cambi, si sbaglia”. Il suo timore riguarda l’autogoverno: “Se si crea un CSM fatto soltanto da PM che giudicano PM si ottiene l’effetto inverso rispetto al controllo. Un PM che risponde solo a sé stesso fa paura anche a me”.
Anche il deputato del PD Giuseppe Provenzano ha parlato di una riforma che “altera gli equilibri tra i poteri dello Stato” e che si accompagna a “una volontà punitiva nei confronti della magistratura. Parlare di un sistema paramafioso riferito a un potere dello Stato che è il più esposto nella lotta alla mafia è molto grave, soprattutto in una città come Palermo”, ha aggiunto riferendosi alle parole dello stesso Nordio di qualche giorno fa, su cui è intervenuto perfino il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
“L’obiettivo di questa riforma – ha fatto notare la giornalista Sandra Amurri – è indebolire la magistratura e sottometterla al potere politico: il diavolo si nasconde nei dettagli, e qui i dettagli parlano chiaro”.
Il sondaggio: una Sicilia divisa, in ascolto
La fotografia scattata dal sondaggio Only Numbers racconta una Sicilia attenta ma divisa. Quasi il 70% dei cittadini segue il tema della giustizia e più della metà considera necessaria una riforma, ma solo il 57,4% si sente davvero informato sul referendum. E questa incertezza si riflette nelle opinioni. Sull’istituzione di due Csm favorevoli e contrari si equivalgono, lo stesso accade per l’Alta Corte disciplinare, mentre sul sorteggio dei magistrati prevale di poco il fronte del no. Quando però si arriva alla scelta finale, la spaccatura diventa chirurgica: il sì è al 50,7%, il no al 49,3%, con un’affluenza stimata tra il 31 e il 35%.
La Sicilia resta quindi una regione che ascolta, che si interroga, ma che a meno di un mese del referendum non si lascia ancora trascinare da nessuno.
In chiusura, il presidente della Fondazione Lauro Chiazzese, Raffaele Bonsignore, che ha organizzato il confronto, ha ricordato che l’obiettivo della serata era “stimolare una riflessione consapevole. Un confronto civile tra voci diverse è la miglior risposta ai dubbi dell’opinione pubblica”.





















