Mariachiara Accardi
Mariachiara Accardi
Studentessa presso l’Università degli studi di Palermo. Curiosa, amante della scrittura e delle idee che smuovono. Mi appassionano l’attualità, la politica e l’arte, mondi diversi che intreccio con entusiasmo e spirito critico. Credo non si debba mai smettere di imparare, osservare e cercare.

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Morto Bruno Contrada, il caso giudiziario che ha diviso l’opinione pubblica per trent’anni

Ex numero tre del SISDE, fu arrestato nel 1992 a Palermo e condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. La sentenza fu poi annullata dopo l’intervento della Corte di Strasburgo

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La sua storia ha coinvolto Stato, mafia e giustizia europea, dando origine a una vicenda che, a distanza di oltre trent’anni, continua ancora a far discutere. Bruno Contrada, l’ex numero tre del SISDE (Servizio segreto civile italiano), arrestato nel 1992 a Palermo con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, è morto oggi all’età di 94 anni,. La sua complessa vicenda giudiziaria, sviluppatasi nel clima delle grandi stragi di mafia e delle indagini su Cosa Nostra, ha creato una frattura nell’opinione pubblica dell’epoca, lasciando ancora oggi numerosi interrogativi.

Dalla carriera da funzionario dello Stato all’accusa

Nato a Napoli nel 1931, manifestò sin da subito una propensione e un interesse verso la giustizia, resi concreti con il primo incarico nel 1958. Divenuto funzionario dello Stato italiano, ha svolto una lunga carriera come dirigente della Polizia di Stato, funzionario dell’Alto Commissariato antimafia negli anni ’80 alla guida di indagini contro la criminalità organizzata e, infine, dirigente del SISDE, ruolo che lo ha portato a essere considerato tra i funzionari con maggiori responsabilità sul territorio. Un curriculum apparentemente dedito alla legalità, se non fosse che una svolta decisiva nella sua vita arrivò con l’accusa della sua implicazione con la mafia. Proprio per il suo ruolo negli apparati di sicurezza, il suo caso suscitò un’enorme risonanza pubblica.

Il percorso processuale fino alla condanna definitiva

I magistrati sostennero l’accusa ritenendo che Contrada avrebbe fornito informazioni riservate a boss mafiosi, ostacolando le indagini e favorendo alcuni esponenti di Cosa Nostra, tra cui boss palermitani. Le indagini al riguardo ebbero un forte sostegno nelle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, tra cui Tommaso Buscetta. Come facile immaginare, l’ex numero tre del SISDE respinse sempre ogni accusa, sottolineando invece la sua dedizione alla lotta contro la mafia per tutta la vita. Ciò non fermò il lungo iter processuale che, nel 1996, lo vide condannato in primo grado, poi assolto in appello e, infine, nuovamente condannato nel 2002 con sentenza definitiva della Cassazione. La pena prevista fu di 10 anni di reclusione, di cui una parte scontata ai domiciliari per problemi legati allo stato di salute.

Il punto chiave della vicenda

Quella che poteva sembrare una vicenda ormai chiusa fu invece segnata da una svolta nel 2015, quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo stabilì che, al tempo dei fatti contestati (anni ’70-’80), il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non era ancora sufficientemente definito nella giurisprudenza. Per questo motivo la Corte affermò che Contrada non poteva prevedere di essere punito per quel reato. In altre parole, per la Corte di Strasburgo vi fu una violazione del principio di legalità. La conseguenza della pronuncia della CEDU arrivò nel 2017, quando la Cassazione annullò la condanna, dichiarando la sentenza “ineseguibile e improduttiva di effetti penali”, espressione che, dal punto di vista giuridico, significa che la condanna non produce più effetti.

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Le conseguenze della pronuncia della Cedu

Il riconoscimento ufficiale della violazione dei diritti dell’ex dirigente dei servizi di sicurezza ha infine chiuso formalmente la vicenda, arrivata insieme a un risarcimento. Rimane però l’interrogativo che ancora oggi accompagna il caso: se Contrada sia stato vittima di un errore giudiziario oppure se, nei fatti, i giudici italiani avessero ragione a condannarlo. L’annullamento, infatti, è avvenuto per motivi giuridici e non per una nuova assoluzione nel merito.

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