Quando conosciamo davvero qualcosa che sta nel profondo, non possiamo più tornare indietro. Forse è questa una delle chiavi di lettura della leggenda di Colapesce: un giovane che scende negli abissi e, dopo aver visto qualcosa che nessuno può vedere, non può più tornare indietro.
Un racconto che non smette di cambiare
Giuseppe Pitrè, Friedrich Schiller, Athanasius Kircher, Benedetto Croce, Cervantes nel suo Don Chisciotte, Ignazio Buttita, Leonardo Sciascia, Dario Bellezza, Jules Verne, Italo Calvino, Giuseppe Cavarra, Sergio Palumbo. Dal medioevo a oggi, sono moltissimi gli autori – e più in generale, studiosi e artisti – che si sono interessati alla figura e al significato della storia di Colapesce. Un personaggio diventato simbolo identitario della nostra terra. Così rileva Giuseppe Pitré in Studi di leggende popolari in Sicilia, una raccolta di testi folcloristici dell’Ottocento, che restituisce la ricchezza di varianti e influenze della tradizione.
Di fatto non esiste un’unica narrazione di Colapesce. Giuseppe Cavarra in La leggenda di Colapesce mette in luce il carattere mutevole della storia, trasformata secondo i bisogni e le idee delle diverse epoche.

Colapesce è ancora oggi una tradizione viva, sopravvissuta a più di quaranta versioni tra fonti orali e scritte, e divenuta oggetto di riflessione anche filosofica. Nonostante le differenze, è possibile rintracciare dei segmenti comuni e ricostruire l’essenza del racconto.
Cola, il ragazzo che scelse il mare
Cola era un ragazzo siciliano del XII secolo, che amava più il mare rispetto alla terra. Sin da bambino la madre si disperava, nel tentativo di trattenerlo a riva, lontano dall’acqua. Un giorno, in preda alla frustrazione, gli scagliò una maledizione pronunciando parole che diventeranno destino: Chi putissi addivintari un pisci! E così avvenne. Le dita dei piedi si unirono come pinne, simili a quelle delle anatre.
Cola continuò a vivere nel mare, diventando agli occhi della gente quasi un pesce, tanto da essere chiamato Colapesce. La sua fama di nuotatore giunse al Re di Sicilia, Federico II, che volle metterlo alla prova gettando in mare una serie di oggetti: una coppa e, per ultimo, un anello che raggiunse gli abissi. Cola superò l’ultima prova, la più difficile, e tornò in superficie raccontando al Re di aver visto che la Sicilia poggiava su tre colonne: una intera, una danneggiata e l’altra rotta, proprio sotto Messina. Non ricevendo il sostegno e la fiducia necessaria, Cola tornò negli abissi prendendo il posto della colonna rotta, rimanendo quindi nel fondo del mare. Si dice che ancora oggi Cola tenga la sua porzione di isola sulle spalle, consapevole di una verità lunga secoli.
L’eco di un mondo antico
Nonostante alterazioni e varianti, Colapesce è sopravvissuto ai secoli, portando con sé l’eco di un mondo mitologico più antico. Del resto, la mitologia ha dato forma all’immaginario occidentale, spingendosi dagli abissi del mare fino alle costellazioni del firmamento.

Un possibile antenato di Cola è Glauco, divinità marina greca, grande nuotatore e innamorato della ninfa Scilla, trasformato in essere marino. Secondo Sergio Palumbo, il mito classico di Glauco, nel tempo, si sarebbe progressivamente umanizzato, dando origine alla figura dell’uomo-pesce.
Altri legami si rintracciano nella mitologia marina: accanto a Poseidone, ai Tritoni e ad altri semidei che popolano lo Ionio e lo Stretto di Messina. Colapesce può persino essere accostato ad Atlante, il Titano che regge il mondo. È proprio questa condizione liminale, sospesa tra uomo e natura, a spingere Cola verso la conoscenza degli abissi.
Eppure, al di là dei riferimenti mitologici, ogni leggenda conserva un fondo di verità. Il mito nasce da un mare concreto, pericoloso, vissuto ogni giorno, e da una terra da sempre esposta alla minaccia dei terremoti.
Dal territorio alla mitopoiesi
Nonostante la centralità del Mediterraneo e, in particolare, della Sicilia, la leggenda di Colapesce presenta numerosi legami con altre aree d’Italia. In Veneto si ritrova nella Ballata dell’anello o Pesca dell’anello, mentre in Abruzzo riecheggia nella canzone Ci eri tre surelle. In Puglia affiora nei miracoli di San Nicola di Bari, protettore dei marinai.
Il racconto si diffonde inoltre ben oltre i confini italiani: da Napoli a Bologna, dalla Provenza alla Spagna, passando per la Francia. Questo dimostra che il mito non appartiene a un solo luogo, ma è il risultato di una lunga circolazione e trasformazione tra culture diverse. La sua portata internazionale è evidente.
Sulla genesi della leggenda, Sergio Palumbo, in Colapesce e altre leggende normanne di Sicilia, sostiene che siano stati i Normanni, durante il Medioevo, a introdurre la storia di Cola nell’isola. Le prime fonti scritte risalgono infatti a chierici inglesi, Gualtiero Mapes e Gervasio di Tilbury, che collocano il racconto in epoca normanna, poi arricchito nei secoli successivi.

Colapesce non è soltanto un racconto popolare. È l’espressione di una tensione universale verso la conoscenza, che passa attraverso il coraggio di un tuffo nell’ignoto e la vertigine dell’abisso. Un impulso che continua a essere rielaborato nel tempo: un esempio perfetto di mitopoiesi, in cui il personaggio diventa creazione continua del mito di se stesso.
Il Colapesce di Renato Guttuso, un mito dipinto
Una delle immagini più evocative ed emozionanti della leggenda si trova nella volta del Teatro Vittorio Emanuele di Messina, realizzata da Renato Guttuso. Un dipinto di circa 170 metri quadrati, composto da 42 grandi pannelli trasportabili e realizzato con colori acrilici nell’arco di quasi tre anni, su commissione di Gioacchino Lanza Tomasi in occasione della ricostruzione del teatro nel 1985, dopo che il terremoto del 1908 aveva distrutto parte del teatro. Non esiste una vera tradizione iconografica del mito: il Museo Regionale di Messina conserva soltanto un dipinto seicentesco danneggiato, Ritratto di pescatore (forse Cola Pesce), attribuito ad Alonzo Rodriguez.
Guttuso si documenta sulle fonti letterarie e rielabora il mito attraverso la propria memoria, segnata dai racconti familiari del terremoto e da una forte attrazione per le donne incantatrici. Così prende forma una rappresentazione inedita della leggenda, potente e luminosa.
Sette sirene, disposte in pose diverse lungo i lati della composizione, incorniciano la scena insieme a pesci che popolano il mare: tonni, delfini, pescespada e altre presenze più piccole che emergono tra le onde. Il mare è color del vino, vivo, fisico, attraversato dal movimento.
Al centro della scena c’è Cola, compagno di giochi delle sirene e mai sedotto. Come un punto esclamativo sospeso nello spazio, sta per gettarsi in mare a testa in giù – come lo stesso Guttuso spiegò in un’intervista del 1986 a Roberto Andò. I disegni preparatori mostrano lo studio dei tuffatori olimpici Giorgio Cagnotto e Klaus Dibiasi, fotografie ricevute dal presidente del CONI Franco Carraro.
“Quello che mi interessa – chiarì Guttuso nella stessa intervista -sono i significati del corpo umano”.
Il momento è gioioso e vitale: nessuno immagina che Cola non farà mai più ritorno.






















