Michele Placido è stato uno dei protagonisti della 72ª edizione del Taormina Film Festival. Sul palco, ha annunciato la messa in onda in autunno in due prime serate di una miniserie realizzata per Rai 1 dal titolo “Il giudice e i suoi assassini“, dedicata alla figura di Rosario Livatino, magistrato siciliano ucciso dalla mafia a soli 37 anni. Per lui, nonostante abbia alle spalle una carriera illustre, rappresenta un esordio come regista di una serie televisiva e non a caso ha scelto una storia impegnata e densa di significato. Le riprese si sono già concluse e a interpretare il personaggio principale sarà Giuseppe De Domenico.
La storia di Rosario Livatino sul piccolo schermo
Michele Placido a Taormina ha raccontato cosa c’è dietro alla sua nuova miniserie televisiva su Rosario Livatino. “È stato un martire della giustizia, oltre che il primo giudice beato della Chiesa. Non voglio però raccontare la storia del prossimo santo. Ho scoperto nuovi atti che mostrano come lui usasse una metodologia per combattere la mafia in linea con quella di Falcone e Borsellino, che puntava sul sequestro dei beni e dei conti bancari”, ha detto.
Il giudice e i suoi assassini si concentra infatti sulla storia del magistrato originario di Canicattì che, nel 1990, fu ucciso dalla mafia mentre percorreva la strada verso il lavoro. Una presenza scomoda per i clan, poiché negli anni Ottanta si stava occupando di indagini su corruzione e patrimoni illeciti. Aveva intuito l’importanza di colpire le organizzazioni criminali attraverso il sequestro dei loro beni, una linea investigativa che sarebbe poi stata seguita anche da Falcone e Borsellino.
Il legame tra Livatino e la Chiesa
L’impegno civile e la profonda fede cattolica che hanno contraddistinto Rosario Livatino durante la sua vita hanno portato alla sua proclamazione a beato da parte della Chiesa nel 2021. Lo stesso Michele Placido ha raccontato che il punto di riferimento del giudice era proprio il Vangelo. È per questo che il lavoro del regista è stato anche intenso dal punto di vista clericale.
“Papa Francesco – ha rivelato – mi ha chiesto di incontrarlo e abbiamo parlato per un’ora e mezza. Ci teneva molto a capire cosa si sarebbe visto nella serie. Noi in Italia abbiamo una lunghissima tradizione di cinema civile che viene da lontano, da registi come Francesco Rosi, Elio Petri e Damiano Damiani. Il Pontefice desiderava che venisse realizzata un’opera capace di toccare l’intimità delle persone, anche perché c’era in corso un importante processo di beatificazione”.
Lo sfogo di Placido tra cinema civile e attualità
Nel discorso di Michele Placido non è mancato uno sfogo sull’attuale situazione politica e su questioni sociali come il caporalato, tornato al centro della cronaca nelle ultime settimane. Il regista ha ricordato anche il suo primo film, “Pummarò”, che raccontava la storia di ragazzi clandestini costretti a raccogliere pomodori in condizioni disumane.
Un contributo che non mancherà anche nella nuova serie. “Il cinema italiano ha una grandissima tradizione legata al neorealismo e all’impegno sociale, che ci ha riempito di premi Oscar e che ha dato dignità alle storie della nostra terra. Se ancora usiamo la parola ‘mafia’ nel senso tradizionale, la riduciamo a un fenomeno isolato; se invece la intendiamo come un modo di comportarsi delle persone, capiamo quanto ancora ci riguardi. Poco prima di morire, Rosario Livatino disse: ‘Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili’. Ora – ha concluso – mi chiedo quanti dei nostri politici siano davvero credibili. Scusate lo sfogo, ma è una questione che mi fa ancora arrabbiare”.

















