lunedì | 15 Luglio | 2024

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Primavera alla scoperta dei borghi siciliani: Roccapalumba, Burgio e Polizzi Generosa

Scrigni di storia e tradizioni, arte, artigianato e sapori, i borghi sono un patrimonio da scoprire, indugiando davanti ai loro scorci e monumenti. Specie in questi fine settimana di primavera, vale la pena dedicargli visite non frettolose: un’occasione per entrare in contatto con il loro ricco ‘fattore umano’. Tra costiere e entroterra la Sicilia ne custodisce alcuni i più suggestivi d’Italia: testimoni quieti, questi piccoli centri abitati- alcuni di matrice araba, altri medievale – di quanto il territorio isolano sia stato un affascinante crocevia di popoli che ne hanno plasmato l’identità. Indipendentemente dalle classifiche sulla loro bellezza e sul grado di interesse che suscitano tra i turisti, sono tutti delle piccole perle di autenticità. 

Roccapalumba

Roccapalumba, per esempio. Situato a 64 chilometri da Palermo, mantiene ancora molte delle sue vestigia feudali legate a tradizioni agricole e di allevamento ai piedi della solenne mole della Rocca, il massiccio calcareo che sovrasta il centro abitato con i suoi 600 metri di altitudine. Non sono poche le ragioni per visitare Roccapalumba. Tra queste c’è lo Spazio: proprio quello siderale. Roccapalumba viene infatti chiamato il ‘paese delle stelle’, appellativo legato all’ osservatorio astronomico di contrada Regalgioffoli, che – stando a quanto riferiscono alla pro loco – riaprirà nelle prossime settimane dopo alcuni interventi di ristrutturazione. 

Il Ce.s.a.r, questo l’acronimo del Centro per gli Studi Astronomici di Roccapalumba, è annoverato tra le eccellenze italiane negli studi dei corpi celesti. Perciò rappresenta una visita imperdibile. Posizionato in un contesto naturale privo di inquinamento luminoso, l’osservatorio fa del piccolo centro siciliano un riferimento importante per astrofili e scienziati da tutto il mondo. Come la grande Margherita Hack, che poco tempo prima della sua scomparsa nel 2013 ricevette la cittadinanza onoraria di Roccapalumba e tenne lezioni all’Auditorium comunale di fronte a centinaia di studenti e appassionati dell’universo stellato. 

La struttura del Ce.sa.r ospita una biblioteca specialistica e una mediateca. Ma è il potente telescopio da 50 centimetri, racchiuso all’interno della specola, che consente al pubblico di sperimentare l’approccio diretto alle meraviglie dello spazio: facile da qui osservare Marte, Giove, Saturno, i satelliti galileiani, la Luna, la nebulosa di Orione, e l’intera Via Lattea, a cui si aggiungono i pianeti extrasolari e le comete e altre entità; come, per esempio le macchie e le protuberanze solari che si possono ammirare grazie all’eliografo, uno speciale filtro ottico inserito nel rifrattore. 

Si attende, adesso, che presso l’osservatorio astronomico di Roccapalumba riprendano i corsi di astronomia e gli eventi ‘Star Party’ allestiti fino a poco prima delle chiusure dovute alla pandemia.

Intanto, nel centro storico del paese, funziona regolarmente un altro luogo, complementare ma diverso rispetto all’osservatorio. È il Planetario Francesco Nicosia, inaugurato nel 2018 per volontà della Pro Loco. “Una complessa struttura, tutta virtuale, che consente la simulazione della volta celeste all’interno di una cupola di 6 metri di diametro, sulla quale sono ricavati dei fori che consentono la proiezione di tutti gli oggetti del cielo visibili ad occhio nudo – illustra Rosalba Rizzo, referente dell’ufficio turistico del comune. Dal Planetario, non a caso sfruttato a scopi didattici e divulgativi e perciò molto frequentato dalle scolaresche, il visitatore può osservare il movimento di 1.600 stelle, sperimentando in particolare la sensazione di toccare con mano il Sole, la Luna e i pianeti. 

Un centro storico dal fascino mistico, quello di Roccapalumba. Lo conferma il Santuario della Madonna della Luce, ai piedi della Rocca, nelle cui fenditure nidificano ancora le colombe selvatiche. Ragion per cui qualche studioso locale vi ha ipotizzato la pratica, nei tempi antichi, del culto di Demetra, dea dell’agricoltura, alla quale questi volatili erano sacri. 

Se si presta fede alla storia, inevitabilmente ammantata di leggenda, secondo cui sempre tra queste rocce, è stato trovato un dipinto con l’immagine miracolosa della Vergine col Bambino, risalente ai primi anni del 1200, il santuario sarebbe l’edificio di culto più antico della zona. 

Ma ci sono altre 4 visite da non mancare. La prima è quella al Museo del Territorio, situato all’interno del Palazzo Moncada Branciforti, risalente al XVIII secolo, uno degli edifici più storici e eleganti di Roccapalumba. In questo museo sono stati ricostruiti gli ambienti tipici delle abitazioni contadine, con una meticolosa attenzione al dettaglio e una fedele rappresentazione delle scene di vita quotidiana dei nostri antenati. 

Un viaggio nella storia agricola siciliana è offerto in particolare dal Mulino Fiaccati, edificio tardo ottocentesco quasi mimetizzato tra pareti di rocce che si alternano con vaste distese di macchia dei dintorni di Roccapalumba. Interamente restaurata con finanziamenti europei e la supervisione della sovrintendenza ai beni culturali, questa struttura sorge su una superficie di 32 ettari lungo la regia trazzera che congiungeva Palermo a Siracusa. Costruito nel 1887 dalla famiglia Avellone, sugli argini del Fiumetorto, all’interno del feudo Fiaccati, questo mulino ad acqua è tutt’oggi funzionante. Un tempo serviva a incanalare le acque del fiume, portandole in una grossa “urga” (diga) in pietra squadrata. Anche di notte, grazie alla sua posizione, la diga si riempiva, assicurando la macina per il giorno seguente. Del complesso fa parte anche un corpo di fabbrica separato, a pianta rettangolare, usato come pagliaio e come stalla. Sulle pareti interne si notano rami di albero conficcati al muro, con l’estremità sporgente arrotondata: sono le cosiddette “cavigghie”, adoperate per appendere selle e bisacce, mentre ancora appesi ai muri esterni sono gli anelli in ferro usati per legare gli animali in sosta. Un suggestivo ambiente naturale quello dentro e attorno a questo mulino, l’unico di tipo idraulico ancora funzionante in Sicilia. Non a caso nel 2011 ha meritato il bollino di ‘Meraviglia Italiana’.

Altro sopralluogo da non perdere quello al Museo della civiltà del Ferroviere, dove si possono rivivere le atmosfere dei treni d’epoca. Cimeli, attrezzi ferroviari, documenti su procedure e regolamenti.  Un grande patrimonio storico e tecnologico, non solo materiale ma costituito anche da consuetudini, che identificava una modalità del viaggiare, a velocità bassa e a comodità limitata, se non inesistente, legata a un passato ormai lontano. 

Tappa finale, il Museo degli Origami, le sculture di carta dell’antica arte giapponese.  Quelle esposte nei locali di Largo Roma sono da Guinnes dei Primati. Raffigurano decine di personaggi celebri dei cartoni animati che hanno segnato l’infanzia di tanti e che continuano a emozionare oggi: da quelli della Disney agli eroi della Marvel. Ma non mancano anche quadri famosi, riprodotti grazie all’effetto tridimensionale ottenuto dal piegamento e dall’assemblaggio, mediante incastro, di numerosi moduli triangolari di carta, ciascuno con due tasche. A creare queste opere è l’ingegnere Filippo Nicosia, che, a seconda delle dimensioni di queste costruzioni, ha utilizzato fino a decine di migliaia di minuscoli moduli di carta piegata, partendo dallo studio di una fotografia del soggetto, senza però seguire schemi costruttivi preordinati.

Dormire e Mangiare a Roccapalumba

Masseria Acque di Palermo SS121, km 195,700 Roccapalumba PA Tel 336 696 15; 

Agriturismo Lagoverde Contrada Timpi, Alia (Pa) Tel 091 821 9121

Burgio

Se si viaggia verso le coste della Sicilia occidentale, anche Burgio vale ben più di una sosta breve. È uno dei sei comuni della provincia di Agrigento ricadenti nel territorio dei Monti Sicani. Il suo nome deriva dall’arabo e significa ‘torre’. 

Dominato dal Castello Saraceno (Castrum Bergii) e caratterizzato da strette strade, questo borgo medievale è famoso per l’esposizione di presepi donati da artisti di tutto il mondo. Ma lo è in particolare per la sua arte ceramica, come dimostrano le molte botteghe artigiane ancora attive che usano ancora oggi i forni e gli antichi metodi di lavorazione delle maioliche. 

La salvaguardia e la valorizzazione di questa produzione ultrasecolare è lo scopo del Muceb, il Museo della Ceramica, inaugurato nel 2010 all’interno del Convento dei Padri Riformati. Uno spazio dove ripercorrere l’evoluzione di questa fantasiosa arte artigiana che qui ebbe un florido sviluppo tra il XVI e il XIX secolo. A portarla a Burgio furono alcune famiglie di Caltagirone, convinte a trasferirvisi sia dalla ricchezza di argilla, carbone e acqua di questo territorio, sia dalla allora florida attività edilizia che a quell’epoca si registrava nei paesi della provincia di Girgenti. A partire dalla fine del Cinquecento furono numerose le botteghe sorte in diversi quartieri della città. Un’espansione agevolata anche dai non pochi matrimoni tra ricche possidenti locali e ceramisti di Caltagirone, che mantennero vivi a lungo i contatti commerciali con l’ambiente calatino, soprattutto per acquistarvi ossidi e smalti.

Monumenti importanti di Burgio la chiesa e l’annesso convento dei Cappuccini, risalenti alla prima metà del Seicento (nella chiesa alcuni quadri del XVIII secolo, attribuiti a fra’ Felice da Sambuca e una pregiata pala d’altare probabilmente eseguita dallo Zoppo di Gangi) e la chiesa di chiesa di San Giuseppe, anche questa seicentesca, caratterizzata da un’unica navata interamente decorata con stucchi e affreschi: un mix di architettura barocca e rococò.

Burgio è famosa anche per essere sede dell’unica fonderia di campane della Sicilia, una delle poche ancora attive in Italia. È stata fondata nel 1500 dalla famiglia Virgadamo che ha tramandato la passione per quest’arte agli eredi. Dalla allora la fonderia non ha mai smesso di fabbricare campane di bronzo, esportandole in Italia e in diversi paesi del mondo, come Francia e Stati Uniti (a New York) ma anche Nigeria, Zambia, Madagascar, Filippine. Tutti oggetti destinati a campanili capienti. La campana più grande finora costruita dalla Fonderia Virgadamo batte dalla Basilica di Santa Caterina, a Pedara, alle falde dell’Etna. Di dimensioni appena minori è quella della Chiesa Madre della limitrofa Chiusa Sclafani, che chiama a raccolta i fedeli sin dal 1750. E proviene da Burgio la campana della chiesa della Magione, a Palermo. Attuale erede di questo particolare know how è Luigi Mulè Cascio, 34 anni, nipote di Mario Virgadamo, scomparso 18 anni fa: “rispetto all’epoca di mio nonno oggi la progettazione si basa su software per misurare con precisione il suono di una campana– spiega – Dal suo diametro e peso deriva la sua nota musicale: più grande è la struttura a forma di pera più grave sarà il suono, più ridotta è, più il suo suono sarà acuto”. Ma la tecnica costruttiva resta ancorata alla tradizione. Si devono anzitutto costruire tre forme, una più ampia dell’altra, come bicchieri da infilare uno sull’altro. “La prima è una struttura di mattoni, la cosiddetta ‘anima’, realizzata con l’aiuto di una sagoma di legno. Si procede poi a costruirne una seconda, in argilla: è la cosiddetta ‘falsa campana’, calco su cui si stende del grasso animale, da levigare con molta cura e su cui inscrivere fregi e dediche con la cera; e infine il mantello, anche questo in argilla”. Si procede quindi all’essiccazione, con l’accensione di una brace all’interno dell’anima della campana. In questo modo il calore passerà tra le pareti, sciogliendo la cera. Tocca poi sollevare delicatamente il mantello all’interno del quale restano impressi i fregi e le decorazioni e rimuovere la falsa campana, che viene distrutta. Proseguendo, il mantello viene quindi rimesso al suo posto per creare lo spazio vuoto in cui versare il bronzo fuso, a 1.100 gradi di temperatura: “operazione molto delicata: un minimo errore può essere fatale o vanificare un lavoro di mesi”. Dopo avere ottenuto la struttura, tocca procedere con operazioni altrettanto precise: la ripulitura della campana, la sua cesellatura, la dotazione del batacchio adatto e infine l’accordatura, ovvero il collaudo musicale che si effettua dando prima un colpo al diapason e poi appoggiando lo strumentino acustico alla superficie della campana per trasmetterle le vibrazioni. È il momento decisivo: se la campana entrerà in risonanza vuol dire che è in nota, pronta quindi a suonare. 

Nel territorio di Burgio rientra una parte della Riserva Naturale del Fiume Sosio, conosciuta per l’interesse paleontologico che rivestono i fossili risalenti al Permiano, ultima era del periodo paleozoico, rinvenuti sulle rocce calcaree ai lati del corso d’acqua. Il Sosio, che a valle assume il nome di Fiume Verdura, nasce nel cuore dei Monti Sicani e per un tratto di 8 chilometri scorre all’interno di un’imponente gola, profonda fino a oltre 300 metri. 

Una zona protetta, ricca di varietà vegetali: fitti boschi di querce, lecci, roverelle e pini, passando per distese di cipressi ed eucalipti e piante tipiche della macchia mediterranea. Un habitat per decine di animali. Tra questi sono state censite 60 specie di uccelli, tra le quali l’Aquila del Bonelli. Oltre all’interesse naturalistico la riserva del Sosio si distingue anche per le attrattive archeologiche. Come i resti del castello medievale della Gristia, costruito a 512 metri d’altezza, in un sito inespugnabile a guardia del latifondo sulla vallata. 

Dormire e mangiare a Burgio

B&b Casa Anzelmo, via Crispi, 95 – Burgio, tel. 0925 64115

La Giara, Corso Vittorio Veneto, 6,  Burgio, tel 0925 64800

Polizzi Generosa

Tra i grandi parchi naturali della Sicilia, quello delle Madonie è una calamita anche in primavera. E Polizzi Generosa, borgo ubicato su una rupe alle pendici del Monte San Salvatore, è un ideale punto di partenza per passeggiate escursionistiche lungo i versanti meridionale e centro occidentale dell’area protetta.

Le origini di questo piccolo borgo medievale, sono incerte come la sua datazione. I pochi resti di una necropoli, il recente ritrovamento di monete e alcuni oggetti di terracotta fanno ipotizzare che la città esistesse fin dal periodo ellenistico (III sec. a. C.). Il nome Polizzi deriverebbe da ‘polis’: era infatti considerata l’Atene siciliana dallo storico Diodoro Siculo. Anche se altri storici ne farebbero derivare il nome dall’antico popolo dei Palici. Il titolo di “Generosa”, si deve invece a Federico II di Svezia, per la ricchezza di questo territorio.

“Sognai di tornare al mio paese nativo, il quale non è punto sul margine dell’alta Lombardia, ma nel cuore di un’isola lontana, aggrappato a un’alta roccia”. Così Giuseppe Antonio Borgese, grande intellettuale costretto all’esilio in America durante il ventennio fascista, descrive la sua Polizzi Generosa, nella pagina iniziale della novella La città sconosciuta che dà anche il titolo alla raccolta pubblicata nel 1929. Dal 2002 nella Casa Borgese l’omonima fondazione lavora per diffondere l’opera artistica, letteraria, critica, giornalistica e politica dello scrittore polizzano, oltre a promuovere il recupero e la fruizione dei patrimoni culturali ed ambientali del borgo. 

Dei monumenti di Polizzi, la Chiesa Madre intitolata a Santa Maria Assunta, ma comunemente detta di Santa Maria Maggiore, e quelle di Santa Margherita, conosciuta come Badia Vecchia e di Santa Maria delle Grazie, racchiudono un rilevante patrimonio artistico.  Nel primo edificio, è possibile ammirare un fonte battesimale attribuito a Giorgio da Milano, che presenta quattro scene bibliche sulla conca esterna: l’Annunciazione, la Natività, l’Adorazione dei Magi ed il Battesimo di Gesù. Proseguendo si può ammirare la Cappella del patrono, San Gandolfo da Binasco, dove è conservata l’urna reliquiaria d’argento del Beato realizzata da vari artisti dal XV al XIX secolo tra cui Andrea di Leo, Giuseppe Li Muli e Giuseppe e Nibilio Gagini, nonché un trittico raffigurante la Mater Sapientiae con il Bambino tra le Sante Caterina d’Alessandria e Barbara, opera di pittore fiammingo del terzo-quarto decennio del XV secolo. Tra le opere della Badia Vecchia meravigliosa è la grata in ferro battuto ideata dall’architetto Gandolfo Felice Bongiorno e decorata con motivi floreali. L’opera che chiude la zona del coro, permetteva alle monache di assistere alle celebrazioni eucaristiche senza essere viste. Lungo le pareti, si trovano quattro altari sormontati da nicchie con diverse opere d’arte. Una delle più antiche è la scultura marmorea di Santa Margherita, riconoscibile dai caratteristici attributi iconografici quali il libro e il drago presente nella parte bassa della figura, attribuita alla bottega dello scultore Domenico Gagini e databile alla fine del 1400.

La chiesa di S. Maria delle Grazie è invece nota come Badia Nuova: fu in origine un monastero, edificato nel 1499, poi ricostruito completamente alla fine del 1700, come attesta una targa sopra il portale della facciata. All’interno, sul cappellone dell’altare maggiore, troneggia la più grande custodia lignea della Sicilia, scolpita dall’artista polizzano Pietro Bencivinni: una scultura una struttura piramidale arricchita da colonne tortili, testine di cherubini alati, busti e statue di Santi, che presenta affinità con i dettagli decorativi dei “retablos” lignei spagnoli del tardo Seicento.

La storia di Polizzi Generosa si lega anche a quella dei Cavalieri di Malta, l’ordine religioso nato a scopo ospedaliero a Gerusalemme intorno nella prima metà dell’XI sec e divenuto, in seguito alla prima crociata, uno dei principali ordini cavallereschi cristiani a cui fu affidata la protezione dei pellegrini diretti in Terra Santa. A testimoniarlo è la Commenda Gerosolimitana di Polizzi, struttura medievale di cui restano oggi solo i ruderi. Fondata nel 1177 da Ruggero dell’Aquila, nipote di Ruggero re di Sicilia, questo bastione servì a accogliere e dare assistenza ai pellegrini che si spostavano da Palermo e dalle zone occidentali della Sicilia verso Messina, da dove poi salpare verso la sponda orientale del Mediterraneo. I ruderi appartengono verosimilmente all’antica chiesa medievale di S. Agostino, con ampliamenti apportati dai Cavalieri intorno al Cinquecento, quando il loro Ordine si trasferì definitivamente nell’isola di Malta, assegnatagli nel 1530 da Carlo V.

La sua anima di borgo montano Polizzi Generosa la racconta in particolare attraverso due musei. Uno è quello dedicato all’Abies nebrodensis o Abete delle Madonie, il cui nome deriva dal fatto che le Madonie erano chiamate Nebrodi. Uno spazio espositivo, situato all’interno del Palazzo della Cultura, come viene chiamato il vecchio convento benedettino annesso alla chiesa di San Girolamo sul corso principale del paese, che esemplifica la travagliata evoluzione dell’ambiente siciliano, in particolare lungo la sua più lunga catena montuosa, ultima falange degli Appennini. 

Un tempo molto diffuso nelle montagne della catena settentrionale sicula, l’Abies nebrodensis, specie endemica, è stato considerato estinto già agli albori del 1900. Fondamentale per la salvaguardia di questa specie è stata l’opera del naturalista Domenico Lanza che si impegnò nella ricerca e nella salvaguardia degli ultimi esemplari dispersi tra i faggi del bosco di Polizzi Generosa, facendoli recintare dalle guardie forestali. Dal censimento compiuto nel 1968 risultò una popolazione costituita da 21 alberi, di cui solo 4 in grado di produrre pigne fertili. L’ultimo conteggio, effettuato nel 2000 sulla base di accurate verifiche segnala la presenza di 30 individui adulti in campo. Un numero esiguo. Per questo l’Unione mondiale per la conservazione della natura considera l’Abies nebrodensis una specie in pericolo critico di estinzione nell’area Mediterranea. 

L’altro museo polizzano è il Mam (Museo ambientalistico madonita).Insediato all’interno del cinquecentesco palazzo Notarbartolo, il Mam rappresenta da circa 30 anni una porta d’ accesso al Parco delle Madonie. Il Museo si articola in diverse sale su più livelli, offrendo al visitatore una intensa esperienza tra i diversi ambienti del Parco, spaziando dal mare alle zone umide costiere, dalle colline coperte da boschi alla montagna d’alta quota, regno di aquile e avvoltoi.  Nelle sue stanze sono stati ricostruiti dei diorami a grandezza naturale che riproducono gli ambienti naturali di questa porzione del comprensorio naturalistico, con le immagini di 400 esemplari di diverse specie tra animali e vegetali, rare o estinte, provenienti in gran parte da antiche collezioni. Ovvero l’idea di una natura che è stata, che è attualmente e potrebbe continuare a essere se la si rispettasse come si dovrebbe. 

Legati a Polizzi Generosa sono anche tre celebri artisti contemporanei: l’attore caratterista Vincent Schiavelli, il regista Martin Scorsese e lo stilista Domenico Dolce. 

Schiavelli, indimenticato attore non protagonista di film come Ghost e Qualcuno volò sul nido del cuculo è nato a Brooklyn, ma all’inizio degli anni 2000 ha deciso di trasferirsi nel paese d’origine della sua famiglia ritrovando paesaggi e i sapori (era anche un apprezzato gastronomo) della terra conosciuta attraverso i racconti dei nonni che da Polizzi emigrarono a New York al’inizio del Novecento. Un’emigrazione in senso inverso, la sua, conclusa con la sua scomparsa avvenuta nel 2005.

Dal canto suo, il grande regista di Taxi Driver e Toro Scatenato è dal 2018 cittadino italiano per discendenza del nonno, nato a Polizzi Generosa alla fine del 1800. 

Domenico Dolce, invece, è nato proprio in questo borgo. E con la sua fondazione ‘P.G. 5 Cuori’ cura la sua valorizzazione e promozione. Fondato nel 2020 e allocato in una bella sede messa a disposizione dallo stilista sulla Via Garibaldi, l’ente punta a promuovere il potenziale creativo di cui sono portatori i giovani e a contribuire a convertirlo in occupazione reale. Tra le attività, sono centrali le mostre, gli eventi culturali e la documentazione storica. 

Dormire e mangiare a Polizzi Generosa

L’Antico Casale, Contrada Santa Venera, Polizzi Generosa, tel 0921 55 11 60

I Templari, piazza Castello, 7, Polizzi Generosa, tel 320 353 1229

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Articolo di Antonio Schembri

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