sabato | 25 Maggio | 2024

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Alla scoperta di Pantalica, paradiso nascosto tra i canyon 

Un misterioso paradiso nel verde protetto da due fiumi nell’entroterra a 30 chilometri da Siracusa. È qui che  l’Anapo – nome che in greco antico significa ‘invisibile’ perché in molti tratti del suo percorso questo corso d’acqua scompare nel sottosuolo – ha scavato, con il suo affluente Calcinara, canyon spettacolari nella roccia calcarea. Ed è proprio in quest’area incastonata nell’altopiano ibleo che, secondo le ricostruzioni degli storici, sorse l’antichissima Pantalica, la comunità sviluppatasi durante la tarda Età del Bronzo, periodo che in Sicilia si svolge dal 1200 al 750 avanti Cristo. Un insediamento formato da popolazioni costrette a distanziarsi dalle coste per proteggersi dagli attacchi di predoni dal mare. 

Di questo sito si conosce ancora poco. E, a detta degli archeologi, se venissero avviate campagne di scavo supportate da tecnologie aggiornate (ma dai costi molto alti), potrebbe riservare molte sorprese. A cominciare dai probabili contatti intercorsi tra popolazioni indigene e civiltà pre-ellenistiche, come quella cretese e la micenea.

Con la Valle dell’Anapo e la Cava Grande del Calcinara, Pantalica fa parte dal 1997 della quarta Riserva naturale più estesa della Sicilia. Un’area di 3.700 ettari dal 2005 inserita dall’Unesco nel Patrimonio dell’Umanità e gestita da due enti: per la parte naturalistica ildipartimento regionale delle foreste, per quella archeologica la soprintendenza ai beni culturali di Siracusa.

Un luogo unico, anzitutto perché racchiude ciò che resta dell’antichissima Hybla, venuta alla luce con gli scavi condotti da Paolo Orsi tra il 1895 e il 1910. Furono proprio quelle ricerche, seguite negli anni ’60 da quelle di Luigi Bernabò Brea, le ultime finora effetuate, a riportare alla luce le pietre megalitiche sia del basamento sia di alcune strutture laterali dell’Anaktoron, il Palazzo del Principe.  

Le attrattive più iconiche di Pantalica sono però le 5 necropoli rupestri, con il fitto alveare composto da migliaia di grotte scavate lungo i costoni rocciosi. Si ipotizza siano almeno 5mila: un numero però mai conteggiato con precisione, finora. 

A catalogare questi fori ha provato in tempi recenti l’archeologo britannico Robert Leighton, che è arrivato a censirne 3.300, ammettendo però di non avere incluso nel conteggio i tanti altri “buchi” ricoperti dalla vegetazione. 

È certo comunque che molte di queste cavità sia state adibite a abitazioni durante la colonizzazione bizantina. Destinazione d’uso, alla quale si aggiunse anche quella funeraria, che continuò anche con la colonizzazione islamica della Sicilia. L’area venne infatti ribattezzarla col nome arabo di Buntarigah, che vuol dire appunto “grotte”. 

Per questo storici e archeologi indicano in Pantalica uno degli emblemi più significativi della monumentalizzazione della morte nell’intera area del Mediterraneo. 

In questo territorio, la combinazione tra Storia e Arcano, si lega a una geografia umana così distante nel tempo da far apparire “giovane” la stessa città di Archimede. Un contesto unico di natura, misticismo e leggenda, che fu abitato a lungo, poi abbandonato per secoli e successivamente colonizzato, come testimoniano le tre chiesette bizantine di San Nicolicchio, San Micidiario e del Crocifisso.  

“Pantalica è il sito rupestre più famoso e imponente della Sicilia, fruibile con modalità diverse a seconda del tipo di escursione – illustra Sebastiano Leggio, guida della Hermes Sicily Guides & Tours, agenzia siracusana di guide operativa nell’intero territorio ibleo.  Se ci si va per conoscere i suoi valori archeologici, il periodo migliore per godere della Riserva è senz’altro la primavera o l’autunno, dato che nella zona alta, piuttosto brulla, si raggiungono temperature estive molto elevate. Per chi vuole invece entrare in contatto con la sua natura, specialmente camminando a fianco dell’Anapo, è proprio l’estate è il periodo migliore, grazie alla frescura offerta dalla vegetazione fluviale e alla possibilità di tuffarsi nelle acque cristalline e in alcuni tratti anche abbastanza profonde dell’Anapo”. 

Quattro, gli ingressi nell’area protetta riconosciuti dalla Forestale: due insistono sulla vallata dell’Anapo, a partire dal territorio di Sortino e dall’opposto lato di Ferla e Cassaro, al momento interdetto sempre ragioni di ordine idrogeologico; a questi si aggiungono altri due ingressi situati sulla parte alta della riserva: quello di contrada Serramezzana, il cui sentiero offre una visuale molto panoramica sulla necropoli nord per poi scendere verso il torrente Calcinara; e quello che conduce all’area archeologica dell’Anaktoron. 

Il sentiero più facile e gettonato è comunque quello segnato sul sedime della ex ferrovia a scartamento ridotto della linea Siracusa-Vizzini, servita fino alla prima metà del Novecento a trasportare i prodotti agricoli dell’entroterra fino alla costa.  Il segmento che solca il territorio protetto, lungo circa 13 chilometri, è stato rifunzionalizzato una ventina di anni fa proprio per una fruizione turistica ‘lenta’, ossia a piedi o in bicicletta e unisce le vie d’accesso principali della parte bassa della riserva, ovvero l’ingresso Fusco nel territorio di Sortino e quello sul lato del comune di Cassaro. Data la presenza di diverse gallerie, alcune molto brevi altre lunghe centinaia di metri, condizione necessaria è però munirsi di faretti e, se si attraversa in bici, anche di lampeggianti.

Tra i tracciati pedalabili, quello indicato come più interessante inizia a est di Ferla, dove si trova un centro della Forestale e attraversa la parte alta della valle con il bosco di Giarranauti: un percorso ad anello che consente di arrivare al canyon di Fiumara, in direzione di Sortino, percorribile per intero fino all’uscita sulla strada che unisce questo piccolo centro, famoso anche per la produzione del miele ibleo narrato da Tucidide, a Buccheri. 

La riserva di Pantalica è un grande contenitore di specie botaniche. Dal Platano Orientale, albero di cui Pantalica costituisce l’areale più a ovest del bacino Mediterraneo, a endemismi come la urtica rupestris, un’ortica classificata come relitto glaciale. E ancora dal trachelium lanceolatum, dal caratteristico colore viola a ben 40 delle sessanta specie di orchidee complessivamente presenti in Sicilia. per quanto riguarda la fauna, il corso dell’Anapo è il regno della trota macrostigma,pesce che si distingue per grossi punti scuri sulla livrea. Ma anche di specie aviarie come il codibugnolo, minuscolo passero endemico del territorio siciliano, il rarissimo falco lanario e, recente novità, il picchio rosso maggiore, tornato tra i boschi di Pantalica dopo essere scomparso per molto tempo. A annunciare poi l’inizio dell’estate librandosi sulla superficie dell’Anapo, saranno le libellule: questione di poche settimane ancora. 

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articolo di Antonio Schembri

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