domenica | 16 Giugno | 2024

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Macelleria Palermo, la mostra fotografica di Lannino e Naccari a Palazzo Naselli

Come un’onda in piena che ti travolge. È la sensazione che si vive alla mostra fotografica “Macelleria Palermo” dei fotoreporter Franco Lannino e Michele Naccari allestita a Palazzo Naselli. Un viaggio di 44 scatti in bianco e nero che ripercorre gli anni bui della città segnati dalle guerre e stragi di mafia.

La “galleria della mattanza” si apre con uno scatto del 16 dicembre 1986: nell’androne di un palazzo di via Petrarca, fu ritrovato il corpo senza vita de medico coreano Ung Park Chun, specializzato in agopuntura. Fu assassinato a colpi di pistola. Di questo delitto non si è mai scoperto né il movente, né l’assassino. Tutti delitti avvenuti tra la metà degli anni Ottanta e l’inizio dei Duemila, le cui fotografie sono finite in esclusiva sui quotidiani “L’Ora”, “Giornale di Sicilia”, “la Repubblica”, “La Sicilia” e l’Ansa nazionale.

“L’idea di allestire questa mostra fotografica nasce dalle tante richieste di colleghi e amici sui social e non solo – spiega Franco Lannino – che ci hanno chiesto di raccogliere il materiale fotografico per farlo conoscere soprattutto ai più giovani, che non hanno nemmeno idea di che cosa si sia vissuto in quegli anni. Ogni anno si registravano un centinaio di morti ammazzati – prosegue il fotoreporter – Un orrore quasi all’ordine del giorno, che non potremo mai dimenticare”. Gli occhi attenti di Lannino e Naccari, entrambi palermitani, rispettivamente classe 1959 e 1956, hanno restituito alla città gli orrori di una mattanza lunga trent’anni. Tra gli scatti esposti nella galleria ospitata al primo piano dello studio di architettura di Gianni Prestileo, c’è l’uccisione di Michele D’Asta, l’infermiere del Civico di Palermo freddato a colpi di lupara e calibro 38 mentre si recava a lavoro, quella dei cugini Giorgio e Salvatore Mandalà, massacrati per una vendetta trasversale tra le cosche perdenti e i corleonesi di Totò Riina. Ma non soltanto.

C’è l’uccisione dell’imprenditore tessile Libero Grassi, ammazzato per essersi opposto ad una richiesta di pizzo. E poi le stragi di Capaci e via D’Amelio, costate la vita ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Una mostra il cui catalogo ha in copertina non un cadavere, ma i segni col gesso lasciati sull’asfalto dopo che l’uomo ucciso è stato rimosso e che porta il “warning”, quello che sui social individua i contenuti che possono essere di disturbo. Immagini forti, non per tutti. Sarà possibile visitarla sino al 22 luglio. 

articolo di Arianna Rotolo

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