Era l’estate del 1985, sette anni prima delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, quando improvvisamente Paolo Borsellino, sua moglie Agnese e i tre figli Fiammetta, Lucia e Manfredi, insieme a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e la madre Lina, vennero deportati sull’Isola dell’Asinara. Lì si trovava un carcere di massima sicurezza, a volte detto l’Alcatraz italiano, da cui passarono, prima e dopo il loro arrivo, centinaia tra i più pericolosi detenuti del nostro Paese, dai brigatisti ai boss mafiosi: tra questi anche Totò Riina, che lì trascorse quattro anni.
La segnalazione a Nino Caponnetto e l’esodo delle famiglie Falcone e Borsellino in Sardegna
La scelta di trasferirli immediatamente da Palermo fu presa da Antonino Caponnetto, al tempo capo dell’ufficio istruzione di Palermo e diretto superiore dei due giudici, con Alessandro Pajno e il procuratore generale. La decisione fu tempestiva dopo la segnalazione di una cartolina intercettata all’interno del carcere dell’Ucciardone: era partito l’ordine di assassinare Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, a pochi giorni dall’omicidio del vicequestore Ninni Cassarà, ucciso il 6 agosto dagli esecutori di Totò Riina a colpi di kalashnikov, e da quello dell’agente Roberto Antiochia e del commissario Beppe Montana.
A partire furono quindi i due coniugi Borsellino, con i tre figli: Lucia, la più grande, all’epoca sedicenne, Manfredi, tredici anni, e Fiammetta, dodici; Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, in compagnia della madre di lei, Lina. La destinazione, al momento della partenza dall’Aeroporto di Palermo, che anni dopo sarà intitolato a loro, è sconosciuta: massimo riservo per evitare pericolose fughe di notizie. I giudici e i loro cari vennero a conoscenza del luogo che li avrebbe ospitati per i successivi venticinque giorni solo all’arrivo sull’isola dell’Asinara. Non fu poco il fastidio per essere stati costretti ad allontanarsi dalla loro Palermo, senza troppe spiegazioni, nel momento più importante della loro carriera.
È infatti in quel periodo che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino stanno preparando l’istruttoria per il maxi-processo, che porterà alla sbarra centinaia di esponenti di Cosa Nostra. Nella fuga da Palermo, infatti, non riuscirono a portare le famose carte con loro, quelle centinaia di faldoni con in evidenza una grande scritta: “Abbate Giovanni + 706”, contenenti tutte le informazioni utili ai due giudici per continuare la lotta alla mafia.
Ad accoglierli sull’isola fu Franco Massida, direttore del carcere: vennero guidati nella Foresteria, dove li attendevano dei piccoli appartamenti che avrebbero ospitato per quel mese le due famiglie.
La malattia di Lucia Borsellino e le carte del maxi-processo
A soffrire da subito l’allontanamento dalla città non furono solo i due giudici, stressati dal riposo forzato, ma anche i loro familiari, soprattutto Lucia, la figlia più grande di Paolo Borsellino che, afflitta dallo stress del periodo, smise di mangiare. Sarà per e con lei che il giudice tornerà in gran segreto a Palermo per qualche giorno. Al rientro, Paolo Borsellino poté sorridere: Lucia era tornata a mangiare e con loro, arrivarono all’Asinara le tanto desiderate carte. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino riuscirono a portare a termine il loro compito: mettere in piedi il maxi-processo. In altri termini, combattere la mafia.
È dopo quasi un mese che le famiglie però vennero autorizzate al rientro. È in quel momento che arriva una “sorpresa”: il conto da pagare. Una fattura da saldare di 415.800 lire a testa per le bevande consumate durante il periodo di permanenza sull’isola dell’Asinara.
Il film “Era d’estate”
La storia di quell’agosto di fuoco in cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino dovettero mettere al sicuro se stessi e le loro famiglie è magistralmente narrata nel film “Era d’estate” di Fiorella Infascelli, uscito nel 2015, con Beppe Fiorello, che entra nelle vesti di Paolo Borsellino. Per guardare il film clicca qui.




















