Attorno alla figura di Costanza Chiaramonte ruotano numerosi racconti. La sua dinastia per oltre due secoli fu protagonista della storia e della politica della Sicilia del Trecento. Derivata dal casato francese dei Clermont, originario della Piccardia, un ramo della famiglia si stabilì nell’Isola già nel 1062, quando Verlando di Chiaramonte giunse qui al seguito di Ruggero I d’Altavilla, che cacciò gli occupanti saraceni e divenne primo Conte di Sicilia. L’ascesa fu inarrestabile.
Conquistarono Modica, Caccamo, Racalmuto e Favara, di cui diventarono conti, ma l’emblema del loro potere si trovava a Palermo, a piazza Marina, dove ancora oggi si erige palazzo Steri: grandiosa fortezza e abitazione della dinastia. Rifondatori anche della città di Chiaramonte, fu con Manfredi III, importante protagonista della politica siciliana nella seconda metà del Trecento, che la famiglia Chiaramonte raggiunse la massima potenza, grazie anche alla nascita della bella Costanza.

Costanza Chiaramonte regina di Napoli: chi era
Nata nel 1377 da Eufemia Ventimiglia e da Manfredi III, Costanza Chiaramonte è ricordata ancora oggi come una figura di spicco nella memoria popolare sia siciliana che napoletana. Bellissima e parecchio ricca, già all’età di 12 anni, venne promessa sposa al coetaneo Ladislao, reggente al trono del Regno di Napoli e figlio di Margherita di Durazzo, donna spietata che, si dice, avvelenò persino la sua stessa sorella, Giovanna I, per garantire che fosse solo e soltanto suo figlio a salire al trono dopo la sua morte.
Ma a tre anni dalle nozze, la perdita di prestigio e di potere dei Chiaramonte fecero cadere in disgrazia Costanza che, agli occhi della suocera, perse del tutto il suo valore. Con ciò svanì anche l’importanza strategica del matrimonio con Ladislao, ormai diventato re del Regno di Napoli. È così che prese il via un complotto ai danni della moglie.
L’inganno di Ladislao
Una domenica mattina di inizio luglio del 1392, Costanza e Ladislao si recarono nella cattedrale di Capua, dove occuparono i posti in prima fila per assistere alla messa. Il vescovo, prima di iniziare la cerimonia religiosa diede lettura di una bolla papale che annunciava una sconvolgente notizia: il matrimonio tra il re e la regina del Regno di Napoli era annullato, data la minore età degli sposi. Il vescovo si avvicinò alla giovane e le sfilò l’anello nuziale, per restituirlo al re. Lei, travolta dallo scandalo, cercò conforto nello sguardo del marito che, però, sedeva impassibile al fianco della madre. A quel punto l’inganno fu chiaro: erano stati proprio Ladislao e Margherita a decretare l’annullamento del matrimonio, chiedendo l’aiuto di Papa Bonifacio IX, di origini napoletane e amico della casata Durazzo.
Costanza Chiaramonte fu costretta, poco tempo dopo, a sposare Andrea conte di Altavilla, figlio di Luigi di Capua e vassallo di Ladislao, e visse il resto della vita in anonimato nel feudo del marito al limite orientale del Regno di Napoli, nella città di Riccia. Dalla loro unione nacquero due figli, mentre Ladislao non riuscì mai a generare un erede, fino a quando non morì il 6 agosto 1414 all’età di appena 38 anni, a causa, si dice, di un misterioso avvelenamento.
La leggenda della prozia omonima Costanza Chiaramonte
Pare, ad ogni modo, che Costanza Chiaramonte non sia stata l’unica della sua dinastia a essere sfortunata nel matrimonio. C’è infatti una leggenda che ruota alla figura dell’omonima prozia paterna, Costanza Chiaramonte Mosca. La donna sposò nel 1315 il conte Federico I Ventimiglia e divenne signora del castello di Castelbuono, situato all’interno del Parco delle Madonie.
La leggenda vuole che Costanza, non potendo avere figli, fosse stata rinchiusa dal marito in una delle stanze presenti nel primo piano del castello e lì lasciata morire. Da allora il suo fantasma si aggira all’interno della struttura: non attraversando le pareti, bensì aprendo le porte, perché troppo pesante per fluttuare. Quando fu ritrovato il corpo della donna, infatti, la stanza era totalmente spoglia dei suoi mobili e questo perché la donna, nel disperato tentativo di non morire di fame, li divorò uno ad uno.




















