Ricordata da alcuni come una criminale e da altri come il frutto di una società maschilista e violenta, Giovanna Bonanno è passata alla storia come “la vecchia dell’aceto”. È stata suo malgrado protagonista di uno dei primi processi in cui il razionalismo illuminista si scontrò con la superstizione popolare, ma probabilmente non immaginava che a distanza di secoli a Palermo si sarebbe ancora parlato di lei. Il motivo è da ricondurre al fatto che è stata ritenuta responsabile di almeno otto omicidi tra il 1784 e il 1788, oltre che accusata di avvelenamento e stregoneria. Il modus operandi era quello di una vera e propria serial killer, le sue vittime uomini e amanti violenti.
La vera storia di Giovanna Bonanno
Giovanna Bonanno visse a Palermo nel XVIII secolo durante il regno del viceré Domenico Caracciolo. La donna era conosciuta in città soprattutto per le sue “magarìe”, ossia incantesimi che le sue concittadine le richiedevano appositamente per motivi diversi. I destinatari erano spesso mariti o altri uomini di cui volevano sbarazzarsi, senza sporcarsi le mani. E lei le accontentava.
È così che “la vecchia dell’aceto” riuscì a costruire un vero e proprio business. Era povera e sola, tanto che riusciva a vivere soltanto di espedienti. Non poteva farsi scappare l’occasione di guadagnare qualche soldo dalle esigenze delle sue concittadine, ma al tempo stesso non credeva che le sue clienti sarebbero diventate sempre di più.
In quel periodo, invece, il clima era di totale sfiducia nei confronti delle autorità, tanto che le donne si ritrovavano a fronteggiare da sole matrimoni infelici, vendette passionali o spiacevoli situazioni familiari, caratterizzate spesso anche dalla violenza. In un simile contesto, affidarsi alla stregoneria appariva l’unica strada percorribile.
La nascita della vecchia dell’aceto
Tutto iniziò quando Giovanna Bonanno scoprì dell’avvelenamento casuale di una bambina di Palermo, che per errore aveva bevuto una lozione per eliminare i pidocchi. Si trattava di un preparato a base di aceto, vino e arsenico, prodotto da un aromatario locale. La sostanza non aveva né colore né sapore e poteva essere facilmente mescolato a cibi e bevande. È così che pensò di prendere ispirazione.
La prima vittima della “vecchia dell’aceto” fu un cane randagio, a cui la donna diede un pezzo di pane imbevuto del liquido. Il povero animale morì, ma senza che ci fossero tracce di avvelenamento. Efficace, economico e facile da reperire. L’intruglio era l’arma perfetta. La morte sopraggiungeva lentamente e con i sintomi di un comune malanno gastrointestinale.
La prima cliente della vecchia dell’aceto fu una sua vicina, che desiderava separarsi dal marito per dedicarsi totalmente al suo amante. La donna acquistò una dose che, però, si rivelò insufficiente. Fu necessario acquistarne altre due per avere esito letale. Nessun medico riuscì ad accertare la causa della morte e questo diede a Giovanna Bonanno la certezza che non sarebbe mai stata scoperta. Ben presto, però, nel quartiere Zisa di Palermo cominciarono a verificarsi sempre più morti misteriose e aumentò anche l’attenzione sul fenomeno.
Il processo e la condanna a morte ai Quattro Canti di Palermo
La “carriera” della “vecchia dell’aceto” venne stroncata da un errore. Accettò infatti di uccidere il figlio di una sua cara amica, ma venne colta in flagrante da quest’ultima e arrestata. Il processo fu molto breve. Ad accusarla erano alcuni sopravvissuti e anche l’uomo che le forniva gli ingredienti per le dosi. Dopo nove mesi, i giudici condannarono Giovanna Bonanno a morte con l’accusa di omicidio. Nonostante la donna non avesse mai somministrato personalmente il veleno alle vittime, fu ritenuta responsabile e il suo caso divenne d’esempio.
Il 30 luglio 1789 ai Quattro Canti di Palermo si riunì una grande folla. Tra la persone accalcate nella piazza nel cuore della città siciliana si erse un patibolo pronto per l’esecuzione della “vecchia dell’aceto“. Il cappio venne calato sul collo della donna di 75 anni, condannata per omicidio ma trattata come una strega. Pochi attimi dopo il corpo dell’avvelenatrice pendeva dalla forca.





















