Dal 7 novembre arriva al cinema con 01 Distribution il nuovo film di Michele Placido, dal titolo “Eterno visionario”. Liberamente ispirato a “Il gioco delle parti. Vita straordinaria di Luigi Pirandello” di Matteo Collura, edito da Longanesi Editore, è prodotto da Federica Luna Vincenti per Goldenart Production e Rai Cinema in co-produzione con Joseph Rouschop per GapBusters. Davanti allo sguardo passano i fantasmi di un’intera esistenza: la follia della moglie, incapace di comprendere e accettare la scelta di vita di un artista predestinato; il burrascoso legame con i figli, schiacciati dal genio paterno e per questo incapaci di volare con le proprie ali; il controverso rapporto con il fascismo; lo scandalo del suo teatro, sovversivo e troppo moderno per il perbenismo borghese; il sogno di un amore assoluto per Marta Abba, la giovane attrice eletta a sua musa ispiratrice in un’inestricabile compenetrazione fra arte e vita. È un ritratto autentico e vivido, quello portato sullo schermo.
Michele Placido porta Luigi Pirandello al cinema con “Eterno visionario”
“Ci voleva una certa età, la giusta maturazione per raccontare il vissuto di un personaggio talmente sorprendente come Pirandello. Ho avuto il primo impatto con lui quando ero in caserma a Castro Pretorio e studiavo L’uomo dal fiore in bocca per entrare in Accademia. Quando poi ci sono entrato, mio padre già non c’era più e da allora Pirandello è diventato il mio padre putativo”, ha raccontato Michele Placido a Be Sicily Mag.
Fabrizio Bentivoglio veste i panni del protagonista, mentre il regista e attore interpreta Saul Colin, di origine ungherese, agente e collaboratore di Luigi Pirandello per i diritti esteri. “È l’unico ad accompagnarlo durante il viaggio in treno che dalla Germania lo porterà a Stoccolma, dove gli sarà conferito il Nobel. Per questo in quel viaggio, nel corso del quale Pirandello rivivrà i momenti salienti della sua vita, ne diverrà depositario di confidenze e sfoghi”.
L’umanità, le passioni, le ossessioni e l’esistenza più intima di un genio capace di trasformare in arte la propria infelicità. Uno straordinario figlio di Sicilia. Che rapporto ha Michele Placido con questa terra? “Culturalmente mi sono formato lì. Quando mi capita di andare al mercato Trionfale (a Roma, ndr), mi chiamano Il Siciliano. Di fatto non lo sono ma, in realtà, il grande pubblico mi lega a tante presenze in Sicilia”.
Tra le ultime, l’adattamento scenico di Sei personaggi in cerca d’autore. “Ricordo che curai la regia di ‘Sei personaggi in cerca d’autore’ allo Stabile di Catania. Mi chiamò Alessandro Gassmann, molto legato anche lui ai grandi teatri internazionali siciliani, chiedendo se avessi disponibilità di tempo. E accolsi il suo invito”.
Michele Placido e la carriera nel cinema
Michele Placido ha avuto la fortuna di essere chiamato a fare questo mestiere, ma quasi per caso. “Non sono nato con il sogno del cinema e della televisione. Volevo fare il teatro, dove la parola regna sovrana. Se non avessi avuto questo sacro fuoco che arde ancora dentro di me, non sarei stato abbastanza armato per affrontare la vita”.
In passato il pubblico ha amato il commissario Corrado Cattani, i suoi silenzi, le espressioni eloquenti, il forte senso dell’onestà intellettuale. “Tu non devi fare il poliziotto con la pistola, il duro. Devi essere l’uomo della porta accanto, mi diceva Damiano Damiani. Così ho provato a interpretare quell’uomo a cui la gente guarda con fiducia, che cerca il dialogo, non la repressione. E poi aggiungeva: Questo è un personaggio che sacrifica tutto per il suo dovere“. Erano gli anni Ottanta. Oggi chi può essere definito un eroe? “Sicuramente questo papa, che ce la mette tutta e non arretra mai di un passo. Un uomo che resiste con una forza tale da assurgere a modello”.
Anche “Mery per sempre” fu girato in Sicilia ed ebbe un successo straordinario. Tra i suoi estimatori Leonardo Sciascia. “Quando comprai i diritti, con mia grande sorpresa, fui ricevuto da lui. Poco prima di licenziarmi mi diede alcune novelle pirandelliane. Tornato a casa, interpretai quel gesto come una carineria nei miei confronti e misi i libri da parte. Dopo due o tre mesi, però, sentivo il rimorso di non averli ancora letti. C’era un segnale su una novella, La carriola. Ed è lo stesso passaggio che recito negli spettacoli che porto in giro”.
I maestri del regista
Sul palco, Michele Placido interpreta magistralmente se stesso. “Venendo dall’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico, ho avuto grandi maestri come Orazio Costa Giovangigli e Luca Ronconi. Personalità importanti, sotto la cui guida mi sono sempre più appassionato al recitare. Però, nel contempo, non posso fare a meno di tener presente il jouer dei francesi e il to play degli inglesi, con quella meravigliosa accezione di giocare intendendo anche regole del gioco, come una sorta di disciplina, il non andare fuori da una certa eleganza”. Qual è stato il miglior maestro, la felicità o il dolore? “Tutti lo proviamo – nessuno escluso – e, attraverso il dolore, conosciamo alcune verità che, con la gioia, non potremmo approfondire”.
Come il suo Pirandello, il regista vive di versi, di parole. Ce ne sono alcune di cui non potrebbe fare a meno. “Mi ritrovo profondamente nella poetica del Canto V dell’Inferno dantesco, dentro il girone dei peccator carnali dove risiedono le anime di Paolo e Francesca. Declamare quei versi mi commuove. Ma le parole di cui non potrei fare a meno sono quelle che, nell’infanzia, mi dicevano mio padre e mia madre. Rispetto e tolleranza, sono questi gli insegnamenti con cui sono cresciuto e diventato uomo”.
La vita prima la si vive e poi la si scrive. “Ho settantotto anni, non mi nascondo difronte alla vecchiaia. La vita è stata generosa con me, mi ha dato molto più di quello che pensavo. E, davanti a questo miracolo, non posso che essere profondamente grato”, ha concluso.






















