Rivoluzionario, visionario nel suo essere artista. Edoardo Bennato racconta come nessun altro storie popolate di personaggi che, dall’immaginario collettivo, sono entrati in profondità nel tessuto sociale del Belpaese: mangiafuoco, burattinai, grilli parlanti. L’artista immortala con le sue canzoni il mondo odierno, fatto di buoni e cattivi, sbeffeggiando i potenti e inneggiando alla forza umana della gente.
In scena due ore di musica, con video coinvolgenti e l’interazione con il pubblico, per una serata – ad alto contenuto rock & blues – in cui Edoardo Bennato propone le sue hit più celebri e una selezione di nuovi brani tratti dall’ultimo album “Non c’è”. Ad affiancarlo sul palco la BeBand, formazione storica che lo segue ormai da anni. L’appuntamento è ‘giovedì 21 novembre alle ore 21.30 al Teatro Metropolitan di Catania. Uno spettacolo, prodotto da Dimensione Eventi, da vivere dall’inizio alla fine.
Edoardo Bennato e il rapporto con la Sicilia
Edoardo Bennato torna dunque live nel capoluogo etneo per l’unica tappa siciliana del tour. “lo dico sempre: amo la Sicilia e i siciliani, che considero, in larga maggioranza, un popolo forte, schietto e leale. Quanto a Catania, è un gioiello dal punto di vista architettonico e storico. Di aneddoti ne avrei tanti, legati alle persone che conosco da anni, come Loredana Nicosia che da sempre fa dei fumetti meravigliosi anche delle mie avventure rock”. Le vie del rock d’altronde sono infinite. “Il rock mi ha portato a girare quasi tutti i continenti, mi ha dato la possibilità di guardare la realtà in modo diverso. Il rock è il tentativo di scardinare, laddove sia possibile, i luoghi comuni, i paradossi, le false morali. In questo senso le vie del rock sono infinite”.

Le canzonette
A proposito dei suoi brani. Seconda stella a destra. La strada dell’utopia è oggi meno perseguibile di un tempo? “Il concetto utopico dell’isola che non c’è contempla l’ideale, anche un po’ romantico, della ricerca del migliore dei mondi possibile. Al punto in cui è arrivata l’umanità, quest’isola dobbiamo per forza trovarla: lo dobbiamo a noi stessi e alle generazioni future”. Il nostro è ancora un Belpaese dei balocchi continuamente ripopolato dai cosiddetti privilegiati del Sistema Occidentale. “Certo e non solo. Più si va avanti e più scopriamo la nostra Italietta popolata di gatti e volpi, di grilli parlanti e sparlanti, di mangiafuoco, di burattinai… Insomma, sempre più collodiana”.
Sono solo canzonette. Eppure sbancarono San Siro all’epoca, fornendoci un perfetto quadro della società di quegli anni. Cosa cambierebbe oggi, se le venisse chiesto di creare una delle sue magiche poesie sul tessuto sociale italiano del nostro tempo? “Forse è sfuggito che continuo, anzi mi ostino, a scrivere canzonette che parlano delle contingenze attuali. Chi le ascolta potrebbe notare che, gli argomenti di cui tratto nelle canzoni, sono gli stessi che potrebbe trovare sfogliando i giornali, i quotidiani di oggi e forse anche di domani”.
Per raccontare la società in cui viviamo ha scelto come metafore i vari Pinocchio e a tutti quei burattini senza fili. “La formula delle favole mi permette di parlare di certi argomenti senza correre il rischio di incorrere in luoghi comuni, didascalici, paternalistici o addirittura moralistici”. Soprattutto, la chiave di lettura resta ancora l’amore. “In tutta la mia produzione artistica, l’amore è sempre presente. Guai se così non fosse”.

Il percorso musicale di Edoardo Bennato
La musica per Edoardo Bennato è stato un colpo di fulmine scoccato grazie all’infruttuosa ricerca di un maestro di lingue da parte di sua madre. “Non avevo ancora tredici anni quando mi trovai con i miei due fratelli, Eugenio e Giorgio, in Sud America a bordo di una nave da crociera, con cui arrivammo in Venezuela dove suonammo per l’emittente Canal 7, che voleva metterci sotto contratto per una serie di trasmissioni. Ma per mio padre e mia madre dovevamo tornare a scuola e non se ne parlò più. Chissà oggi, magari per un talent di successo, se farebbero lo stesso”.
A distanza di oltre cinquant’anni da quel lontano 1973, quando pubblicava il primo album, si sente ancora un rinnegato. “Se non lo fossi, non farei rock’n’roll”. Dismessi i panni del rocker, riflesso nello specchio c’è però anche tanto altro. “Riconosco ancora una persona proiettata verso il futuro e un vorace collezionista di emozioni”.



















