Da alcuni giorni un bel paio di orecchie lunghe fa capolino nell’attuale patrimonio zoologico della Sicilia. Siamo a Pantelleria, la più estesa tra le sue isole minori, dove Ettore, questo il nome con cui è stato battezzato il tenero titolare delle pelose appendici uditive, morbide come il suo mantello scuro, ha visto la luce nel ricovero di contrada Sibà, davanti agli occhi attenti e al fiato di mamma Upupa e papà Solimano. Un evento che ha segnato il culmine di un importante percorso di recupero: quello dell’asino pantesco, da almeno 30 anni a rischio di estinzione. A parlare del progetto a BE Sicily Mag è stato Giuseppe Pace, responsabile del servizio 17 del dipartimento sviluppo rurale.
La nascita di Ettore e il futuro dell’asino pantesco
L’avvio del progetto di recupero dell’asino pantesco risale agli anni ‘90. Da alcuni contadini locali, si ebbe notizia della scomparsa di questi animali praticamente in tutte le contrade. “Restavano solo alcuni asini in altri territori della Sicilia riconducibili sotto il profilo estetico a quelli di razza pantesca. Si trattava dunque di trovarli e farli incrociare”, ha ricordato Giuseppe Pace. Attraverso gli ultimissimi esemplari rimasti, quindi, se ne riavviò la selezione per raggiungere, attraverso l’incrocio delle linee di sangue, un livello di purezza tale da poterla re-iscrivere nell’elenco nazionale delle razze equine. Successivamente all’ingresso sull’isola di Paantelleria di fattrici del medesimo ceppo genetico, si è messo in atto il monitoraggio della loro attività riproduttiva, anche con l’utilizzo di immobili rurali (dammusi) specificamente destinati al ricovero di questi equini.
Qualche settimana fa, finalmente, il lieto evento. Ad annunciare la nascita di Ettore sono stati il Parco Nazionale di Pantelleria e il Dipartimento dello Sviluppo Rurale e Territoriale della regione siciliana, la cui sezione di Trapani ha curato il delicato lavoro. “La straordinarietà di questo evento – spiega l’esperto – sta nel fatto che per la prima volta un asinello pantesco nasce sull’isola. Oggi a Pantelleria sono infatti presenti due fattrici: quella dalla quale è nato Ettore; e un’altra, Bernadette, attualmente in piena gravidanza, che a luglio metterà alla luce un altro asinello, dopo i consueti 12 mesi e 21 giorni di gestazione”.
Particolare curiosità destano le iniziali dei nomi dei quadrupedi. “Ogni anno di gestazione ha la sua: il 2025 è contrassegnato dalla E. Quindi oltre al neonato Ettore, se il nuovo esemplare atteso a Pantelleria a luglio sarà maschio, verrà con ogni probabilità chiamato Eolo, se sarà femmina verrà battezzata come Era”. Gloriosi nomi mitologici per puledri che, ovviamente, resteranno sull’isola. Per tirare, con ostinazione asinina, in direzione contraria rispetto allo spauracchio dell’estinzione e arricchire il paesaggio con la loro simpatica presenza di animali placidi, forti e osservatori. Il tifo è tutto per loro.


Altri asini panteschi, è da precisare, sono presenti nel territorio siciliano. In particolare nel Bosco San Matteo, area demaniale di Erice, dove il dipartimento regionale porta avanti da anni progetti di riproduzione di questa razza, nonché progetti di educazione ambientale e di formazione di guide, finalizzati all’impiego rispettoso di questi quadrupedi dal mantello “morello” o “baio scuro”, anticamente utilizzati come animali da tiro, oltre che per la cavalcatura e la produzione di muli.
“Nell’ambito dell’impiego sostenibile della razza – spiega il direttore del Parco Nazionale dell’Isola di Pantelleria Gaspare Inglese – stiamo valutando la possibilità di utilizzare gli asinelli panteschi in iniziative di turismo lento, come i trekking sui sentieri di Pantelleria. Non però per trasportare persone in groppa ma solo il carico di zaini, attrezzature e beveraggi. Un progetto che stiamo elaborando con l’Asineria, associazione naturalistica di Reggio Emilia, specializzata da 20 anni nell’utilizzo educativo dell’asino in quanto animale lento, osservatore e pacifico”.
I numeri relativi alla presenza dell’asino pantesco in Sicilia
Quella della ricostituzione della razza dell’asino pantesco è ad ogni modo una faccenda complicata e, soprattutto, lenta. Per favorirla, sono servite anche specifiche convenzioni stipulate dal dipartimento regionale con l’Università di Pisa e l’Istituto nazionale per l’incremento ippico. “Per costituire un nucleo di esemplari in base al quale si possa dire che la razza non venga più considerata estinta occorre arrivare a contare, stando alle regole ministeriali, almeno 100 capi”, spiega Giuseppe Pace. Tra gli alti e bassi di questo progetto, legati all’arrivo e all’esaurimento delle risorse finanziarie, si è oggi arrivati al risultato di 60 asini panteschi puri. Un numero comunque non indifferente.
Il nucleo principale di asini panteschi in Sicilia, con 47 esemplari, si trova nel Bosco di San Matteo, demanio regionale vicino a Erice, dove sono allocate le strutture del dipartimento reginale dello Sviluppo Rurale per favorire e assistere il processo di riproduzione. Qui, al momento, si attendono 8 parti. Nei vari anni la nascita di altri 8 asini affini si è registrata nelle strutture dell’Istituto di Incremento Ippico a Catania, mentre un’asina viene attualmente impiegata in iniziative di onoterapia all’ospedale pediatrico di Messina e altri 4 di questi equini si trovano tra Monforte San Giorgio, nel messinese, e un’azienda agricola di Trapani.
Tutti asini panteschi puri, selezionati dopo almeno 15 anni di incroci: “Si deve infatti considerare che anche da accoppiamenti tra genitori di razza pura può nascere un puledro che eredita un patrimonio genetico non in linea con i tratti distintivi dell’asinello pantesco. In questi casi sempre di asino pantesco si tratta, ma occorre appunto molto tempo per centrare i precisi connotati della razza”. Questi, oltre al colore “baio” del manto, ovvero marrone scuro con sfocature sul muso e attorno agli occhi, sono il ventre bianco, le orecchie dritte e un’altezza al garrese di un metro e 30 centimetri per i maschi e di poco più ridotta per le femmine.


Al dipartimento regionale la speranza è di raggiungere i 100 capi entro i prossimi 3 anni. Un calcolo basato sul fatto che le fattrici a disposizione sono in tutto 23: da queste ci si può attendere la gestazione di una quindicina di puledri all’anno.










