Un pezzo di storia che si tramanda da diverse generazioni in uno dei luoghi più ricchi di storia della nostra Isola. Bastano queste parole per descrivere il Mastru d’ascia, termine dialettale che indica il costruttore di barche in legno e ferro. Una tradizione portata avanti dalla famiglia Rodolico ad Aci Trezza, noto borgo marinaro del catanese conosciuto per il romanzo di Giovanni Verga, I Malavoglia, grazie al faticoso lavoro svolto da Salvatore Rodolico e dai figli Sebastiano e Giovanni.
Negli anni passati la tradizione del Mastru d’ascia ha rischiato infatti di scomparire a causa delle tante difficoltà incontrate nel settore, ma in particolare modo per il passaggio della gestione della zona dalla Capitaneria di Porto al Comune di Aci Castello, di cui Aci Trezza fa parte, e per la nomina di essa a Sito di Interesse Comunitario. Sebastiano Rodolico e la sua famiglia stanno però cercando di mantenerla, grazie anche a una maggiore vicinanza delle istituzioni rispetto al passato e ovviamente del Centro Studi Aci Trezza, impegnato nel tramandare questa tradizione e tante altre relative al luogo e non solo. Di grande importanza è anche il mercato attuale, che è molto cambiato rispetto a un tempo.
La storia del “Mastru d’ascia” di Aci Trezza
“La tradizione – ha spiegato Sebastiano – si tramanda da quattro generazioni certe, che sarebbero anche cinque, perché abbiamo una fattura di un parente di Riposto. Dopo tante battaglie, siamo riusciti a tenere aperto il nostro cantiere. L’amministrazione comunale attuale comprende la sua importanza. Anche i ragazzi del Centro Studi Aci Trezza ci stanno continuando ad aiutare, così come Alice Valenti, un’artista catanese che si sta occupando dei decori delle barchette tradizionali e Massimo Vittorio, un docente figlio di pescatori che ha fatto centinaia di foto qui. Noi prima costruivamo barche per la Liguria, per la Toscana, per le Isole Eolie e all’estero mio padre ha avuto commissioni per barche per la marineria tunisina”.
La nomina a Sito d’Interesse Comunitario della zona ha però creato non poche difficoltà assieme alle direttive comunitarie del passato. “Dal 1991 non costruiamo più pescherecci nuovi perché la Comunità Economica Europea disse che in Italia c’erano troppe barche. L’ultimo peschereccio fatto da noi, di nome Agatino Primo, è stato venduto a un ragazzo di Acireale. Era di 21 metri in legno ferro molto pregiato, adibito per la pesca del pescespada e del tonno. Adesso ha finito il suo corso, perché è stato venduto e rottamato. La chiusura degli scali d’alaggio ha comunque completato tutto. Venne detto – ha proseguito Sebastiano Rodolico – che inquinavano, dopo essere stati ristrutturati dalla Regione Siciliana. Il cantiere è stato fermato”.

La famiglia Rodolico ritiene tuttavia che il cantiere debba essere preservato, malgrado quanto accaduto negli anni passati. Il lavoro così continua a prescindere dalle difficoltà. “Adesso – continua Sebastiano – costruiamo qualche piccolo gozzo di massimo 6 metri, facciamo venire i turisti e le scolaresche e organizziamo visite al cantiere. Una volta feci una foto con la nebbia per colpa della quale non si vedeva l’isola Lachea e scrissi che togliere il cantiere da Aci Trezza era come togliere l’isola Lachea. Noi non abbiamo mai inquinato perché facciamo trucioli e segatura. Per fronteggiare le spese qualche mese fa abbiamo venduto una casa che possedevamo dagli anni ’80. Mio padre ha iniziato a costruire un gozzo di 5 metri, che quando sarà pronto verrà esposto e portato in giro” ha concluso.











