È tornata a casa la più antica testimonianza materiale del cristianesimo a Catania, in occasione della mostra “Revelare. Agata rivive Iulia“, visitabile fino al 6 marzo 2026. Per quasi due secoli l’epigrafe di Iulia Florentina è stata conservata nei depositi del Museo del Louvre. Giovedì 17 luglio è stata accolta con una grande festa, alla presenza delle autorità religiose, civili e militari. La rivelazione della lapide, datata 320 d.C., è un evento di eccezionale importanza storica e culturale che vedrà la stele esposta in modo permanente al Museo Diocesano, all’interno della sala dedicata a Sant’Agata.
La mostra “Revelare. Agata rivive Iulia”
La mostra “Revelare. Agata rivive Iulia” è un percorso immersivo che intreccia archeologia, culto dei martiri e memoria cristiana, inserendosi nelle celebrazioni giubilari della diocesi. Ambientazioni, luci, video e testi accompagnano il visitatore in un percorso che richiama lo scavo archeologico e la liturgia delle origini. Nella sala 4 del museo si trovano anche documenti rari, la bolla papale del 1092 e frammenti del fercolo cinquecentesco di Sant’Agata.
Dopo lunghe vicissitudini, grazie ad un accordo con le istituzioni francesi, l’epigrafe marmorea di Iulia Florentina, incisa in latino su pietra, è stata concessa in deposito permanente dal Louvre al Museo Diocesano di Catania, ma la proprietà rimane del Museo parigino.
La storia di Iulia
Iulia era una bambina di 18 mesi, originaria di Paternò, morta per una malattia poco tempo dopo aver ricevuto il battesimo e miracolosamente tornata in vita per sole 4 ore, prima di morire definitivamente. I genitori, mentre piangevano, sentirono una voce dal cielo che disse loro di non piangere perché la bambina viveva presso Dio e di seppellirla alle porte dei martiri.
In quel tempo era in voga il culto dei martiri catanesi Agata ed Euplio, deceduti nel 251 e nel 304. La loro venerazione era fortemente radicata nella comunità locale. È per questo motivo che la piccola Iulia fu sepolta a Catania, nei pressi dell’attuale via Androne, vicino le tombe dei martiri, diventando simbolo di speranza e fede cristiana. L’epigrafe raccontava la lunga storia, con un testo fitto di parole frettolose e compresse.
L’epigrafe da Catania a Parigi
Col passare del tempo si perse traccia di Iulia. Nel 1730, i fratelli Ignazio e Giovanni Rizzari, decisero di scavare per cercare dell’acqua all’inizio di via Androne e lì trovano un cimitero con due lapidi integre e altre distrutte. In quelle integre c’era il segno di Cristo e per questo non si dovevano toccare. I Rizzari decisero di conservarlo. Da lì, non si sa bene in che mani siano passate. Successivamente furono portate da un acquirente a Palermo e poi a Parigi. La collezione privata andò all’asta e per questo la lapide fu venduta nel 1825 al Louvre. Nel 1868 la vide un gesuita nelle sale del museo francese e riuscì ad interpretarla.

All’inizio del secolo scorso iniziarono i lavori di scavo in via Dottor Consoli e si riaccese l’interesse per l’epigrafe di Iulia. Mons. Gaetano Zito provò a farla tornare a Catania, ma ci riuscì solo per un’esposizione temporanea nel 2008. Da quel momento sono cominciate le ricerche per trovare la sepoltura di Iulia.
Il ritorno di Iulia a Catania
La professoressa associata di Storia romana all’Università degli Studi di Catania, Cristina Soraci, ha curato ricerche e pubblicazioni su Iulia, organizzando anche numerosi convegni. Vari docenti e medici hanno studiato il caso di questa bambina. “A luglio dell’anno scorso – afferma la professoressa – ho scoperto che c’era la possibilità di avere un deposito. A marzo abbiamo ricevuto la notizia che il Louvre ci avrebbe dato il reperto in prestito permanente e ora lo sveliamo e restituiamo alla città”.
Alla festa di inaugurazione era presente anche la conservatrice responsabile del patrimonio paleocristiano del Museo del Louvre, Magali Coudert, che ha detto: “Pienamente coscienti dell’importanza come testimonianza della cristianità a Catania, consentiamo che la stele ritorni definitivamente in questa città. La stele è stata inserita nel Dipartimento delle arti di Bisanzio e della cristianità, che raccoglie le opere da ogni parte del mondo dalle origini del cristianesimo”.
Il merito è di una squadra che ha visto l’Università di Catania affiancare il Museo Diocesano, con a capo la direttrice Grazia Spampinato e l’arcivescovo Luigi Renna. Negli ultimi anni l’interesse per questo reperto è tornato vivo grazie al lavoro di studiosi come Cristina Soraci, Elena Frasca e Vittorio Rizzone. La sua importanza è legata alla testimonianza dell’esistenza del culto dei martiri a Catania e di una comunità cristiana. Per poter ricevere l’epigrafe, il museo ha dovuto adeguare i suoi standard di sicurezza, assicurando l’opera per un milione di euro. Il trasporto non è stato semplice, affidato ad una ditta specializzata.
Le dichiarazione
È stata un’operazione difficile e organizzata nei minimi dettagli.
Il vescovo Renna ha aggiunto: “È la storia di una famiglia cristiana, in un periodo storico in cui la religione cristiana era religione minoritaria. Questo reperto storico dimostra che non stiamo parlando di una leggenda, ma di storia, e noi siamo figli di quella storia”.
La soprintendente per i beni ecclesiastici e culturali, Ida Buttitta, ha dichiarato: “Dietro questo ritorno c’è una bellissima storia di fede radicata nella nostra città. È un’iscrizione che ha un fascino particolare. Una storia lunga, che parte nel 700. Dietro questa iscrizione ci sono tanti studi”.
Il sindaco di Catania, Enrico Trantino, ha sottolineato come la città di Catania per crescere abbia bisogno di trovare la motivazione dei suoi cittadini, contro l’indolenza, l’ignavia, la rassegnazione. E questo è un momento molto importante per la città.





















