Decenni di attività professionale tra amicizie, delusioni, eventi tragici e un’incrollabile dedizione al servizio dei più deboli. La vita di Pietro Di Pasquale, rinomato cardiologo con oltre quarant’ anni di esperienza, ha incrociato le esistenze di innumerevoli pazienti e ha conosciuto il volto più aggressivo del sistema sanitario, tra favoritismi, azzeramento della nozione di merito e commistioni opache con il potere.
Un medico integerrimo animato da valori altissimi, prima ancora che lo specialista di fiducia della famiglia di Paolo Borsellino. È stato il perito tecnico incaricato dal pool antimafia di verificare se gli imputati fossero in condizioni di salute realmente incompatibili con la detenzione, ha svolto ruoli di consulente per la Polizia di Stato e la Guardia di Finanza a Palermo e di consulente tecnico d’ufficio per gli uffici giudiziari in Sicilia e in Calabria.
Esperienze confluite, congiuntamente a tanti aneddoti, nel suo libro dal titolo “Medico in terra di mafia. Il cardiologo di Paolo Borsellino si racconta” pubblicato da Di Girolamo Editore, a cui è stato dedicato un pomeriggio di approfondimento.
La presentazione del libro di Pietro Di Pasquale, il cardiologo di Paolo Borsellino
La presentazione del libro è avvenuta in uno spazio di memoria tra i più iconici della lotta militante alla mafia a Palermo: “La Casa di Paolo”, ovvero i locali di quella che un tempo era la farmacia Borsellino, al civico 57 di via della Vetriera, nel cuore antico del centro storico. Precisamente alla Kalsa, il quartiere dove il giudice era nato e dove da bambino conobbe il futuro collega Giovanni Falcone, come lui ucciso per mano mafiosa.
“La Casa di Paolo” sorge nei pressi del Complesso Monumentale di Santa Maria dello Spasimo: è qui che il fratello minore Salvatore Borsellino, da decenni in prima linea per sensibilizzare la gente al contrasto della criminalità organizzata, del malgoverno e delle collusioni tra politica e mafia, ha realizzato il sogno di riportare Paolo nel quartiere natio, dove crebbero anche le sorelle Adele e Rita, entrambe scomparse.
L’evento, a pochi giorni dal trentatreesimo anniversario della strage di via D’Amelio in cui persero la vita il giudice e i cinque agenti della sua scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli, ha visto la presenza dell’autore, in dialogo con Salvatore Borsellino e Roberta Gatani, nipote di Paolo.

Il racconto di un “medico in terra di mafia”
Pietro Di Pasquale ha ripercorso alcuni episodi significativi dell’amicizia che lo legava al coraggioso magistrato anti-mafia e alla sua famiglia ma anche le umiliazioni subite in un sistema sanitario dominato da ingiustizie, ingerenze della politica, burocrazia farraginosa e rapporti interpersonali non sempre trasparenti.
Come ha sottolineato Roberta Gatani, scrittrice e figlia di Adele, deceduta nel 2011, il libro racconta soprattutto le difficoltà e le intimidazioni subite da un professionista integro, chiamato ad affrontare tante sfide in un ambiente spesso corrotto e obnubilato dal fascino del potere nell’accezione più perversa.
“Paolo Borsellino era un uomo eccezionale, con un’inconfondibile risata a cascata – ha ricordato il medico, che dal 1978 al 1981 ha lavorato all’Ospedale di Partinico per essere successivamente trasferito all’Ospedale “Gian Filippo Ingrassia” di Palermo – e averlo frequentato mi ha reso ancora più consapevole del significato delle parole onestà e correttezza”.
Impossibile non cedere alla commozione quando il racconto si sposta all’anziana madre del giudice, Maria Pia Lepanto, per anni assistita amorevolmente proprio dal dottore Pietro Di Pasquale. Al momento della violentissima esplosione che portò la devastazione in via Mariano D’Amelio, straziando i corpi delle povere vittime, l’anziana signora pensò che a provocare il boato fosse stata la sua caffettiera. Scese giù per le scale, piene di pezzi di vetro: un aneddoto straziante.

I valori di Paolo Borsellino come eredità
Ancora oggi, sopravvive una sorta di stupore quasi metafisico nel ricordare come tutti i residenti di via D’Amelio siano rimasti illesi, malgrado la potente deflagrazione. L’anima forte di Paolo Borsellino ha tratto tutti in salvo, dice convintamente qualcuno. Lo stesso Pietro Di Pasquale ne è convinto, oltre ogni logica ipotesi.
“Penso anche io – dice Salvatore Borsellino – che Paolo, seppure ridotto a brandelli, abbia aiutato tutti. Eravamo molto diversi sebbene credessimo negli stessi valori: io però sono sempre stato un anarchico, lui invece nutriva una fede fortissima nei confronti dello Stato e delle Istituzioni”. Le stesse che, nella veste oscura degli apparati infedeli, potrebbero averlo tradito. È per questo che il fratello chiede verità da tanti, troppi anni, sventolando l’agenda rossa e sostenendo la teoria del depistaggio istituzionale.
Anche il libro scritto dal cardiologo è un atto di coraggio, così come lo sono le sue denunce in solitaria sulle lottizzazioni politiche in campo sanitario. “Il settore dove più di ogni altro si annidano clientele – spiega il medico, che dal 1999 al 2015 è stato direttore dell’Unità Operativa Complessa di Cardiologia – fondate sul bisogno dei cittadini, dove è possibile esercitare forme di controllo del territorio e ricercare il consenso”.
“Paolo era integro – osserva con il pudore di chi non ha mai fatto sfoggio di un’amicizia importante, relegandola alla dimensione privata – ma anche elastico come magistrato, dotato di una fortissima umanità”. Forse, è lecito azzardare, il medico e il magistrato erano fatti della stessa sostanza umana: una tangibile assonanza emotiva e sentimentale legava Paolo a quel cardiologo tanto pervicace quanto discreto, gentile ma fermo nelle proprie convinzioni.
Un idem sentire che spiega la loro amicizia profonda e la loro sintonia nel combattere la mafia. “Paolo è morto – conclude tristemente Pietro Di Pasquale – ma la mafia si è riorganizzata cambiando fisionomia e diventando sempre più pervasiva nei palazzi del potere”.




















