La caponata è quel piatto che ti fa pensare: “Ah, gli arabi, gli spagnoli, le nonne e il frigorifero vuoto del giovedì”.
È dolce, salata, acida, morbida, fritta, insomma: è la Sicilia che si mescola in un solo cucchiaio.
Ma occhio: dietro il suo aspetto da piatto “povero”, si nasconde una creatura complessa, più lunatica di un gatto in estate. Se sbagli un solo ingrediente, la caponata si vendica diventando una marmellata di melanzane. E noi non vogliamo questo.
Cos’è (davvero) la caponata
La caponata è un piatto vegetariano solo per sbaglio, nato per essere ricco senza essere ricco.
Una volta si diceva fosse roba da marinai (la “capone” era un pesce), poi è diventata vegetariana di fatto, regina delle tavole estive e crocevia di influenze arabe, spagnole e conventuali.
Esistono decine di versioni, da Palermo a Catania, da Favara a Lipari: tutte diverse, tutte fieramente “la vera caponata”.

Gli ingredienti (senza farti impazzire)
Per 4 persone (o 2 se avete pane buono accanto e nessun senso della misura):
- 2 melanzane grandi (nere, turgide e senza drammi interiori)
- 1 cipolla rossa grande (meglio se di Tropea, ma non siamo talebani)
- 2 coste di sedano
- 1 cucchiaio colmo di capperi sotto sale (lavati, per carità)
- 10 olive verdi denocciolate (quelle siciliane, non i proiettili da aperitivo)
- 300 g di polpa di pomodoro (o pomodori freschi maturi spellati)
- 2 cucchiai di aceto di vino bianco
- 1 cucchiaio abbondante di zucchero
- Olio d’oliva per friggere (non essere tirchio)
- Sale, pepe e basilico fresco q.b.
Il procedimento (con ironia ma passo passo)
- Taglia le melanzane a cubetti e falle spurgare con sale per almeno mezz’ora. Così si calmano. Poi sciacquale e asciugale.
- Friggile in olio caldo finché non sono dorate. Scolale su carta assorbente e resisti alla tentazione di mangiarle subito.
- In una padella ampia, soffriggi cipolla e sedano tagliati sottili in olio. Quando la cipolla diventa trasparente, aggiungi capperi, olive, pomodoro e lascia cuocere 10 minuti.
- A parte, sciogli zucchero e aceto in un bicchiere. Quando il sugo è quasi pronto, versa il mix dolce-acido e mescola.
Qui nasce la magia: l’agrodolce. Non aver paura, fidati. - Aggiungi le melanzane fritte al sugo, mescola con amore, spegni il fuoco e lascia riposare. Almeno un’ora, meglio ancora il giorno dopo.
- Servi fredda, tiepida o come vuoi. Basta che non sia bollente. La caponata ha bisogno di riflettere.
Variante “la faceva zia Pina così”
Zia Pina aggiungeva pinoli e uvetta, perché “ci vuole un dolcetto”.
Zio Nino invece ci metteva anche i peperoni (ma veniva sgridato).
In alcune zone mettono anche le mandorle tostate. E a Catania? Boh, ognuno ha la sua caponata nel cuore.

Quando e perché cucinarla
- Quando hai voglia di Sicilia ma vivi a Berlino.
- Quando hai ospiti e vuoi fare bella figura con poca spesa e molta scena.
- Quando sei stanco della “solita insalata”.
- Quando vuoi un contorno che si trasforma in piatto unico se ci aggiungi un uovo sodo o una fetta di pane cunzato.
L’unico problema della caponata? Finisce.
Dopo tutto il fritto, il sugo, l’agrodolce e il riposo, ti siedi… e te ne mangi mezza pentola.
E allora capisci perché i siciliani ne fanno sempre troppa: per avere il giorno dopo quel “pochino” che cambia la giornata.








