Tutti ne parlano, pochi lo fanno davvero. Nell’epoca delle confezioni compostabili, dei pacchi decorati con il cuoricino verde e degli slogan ecologici scritti in grassetto sulla homepage, viene naturale pensare che l’ecommerce italiano abbia finalmente imboccato la strada della sostenibilità. E invece no. O almeno, non ancora.
Secondo l’ultimo Rapporto Ecommerce Italia 2025 pubblicato da Casaleggio Associati, punto di riferimento per l’analisi del settore digitale italiano, solo il 10% degli ecommerce attivi in Italia ha adottato misure realmente concrete per ridurre l’impatto ambientale. Parliamo di una minoranza che utilizza corrieri sostenibili, ha ottenuto certificazioni ambientali, oppure supporta iniziative green strutturate. Tutto il resto è, per dirla con eleganza, fumo verde negli occhi.
Il grande bluff del green online
Il dato emerge in un contesto in cui l’attenzione alla sostenibilità è ai massimi storici. I consumatori chiedono sempre più spesso trasparenza, packaging riciclabile, consegne a basso impatto. Le aziende lo sanno e rispondono con comunicazioni sempre più eco-oriented. Ma tra dichiarazioni d’intenti e fatti concreti c’è un abisso.
Il report sottolinea che solo il 7% delle aziende inserisce dati ambientali nel proprio bilancio. Il 14% redige un report di sostenibilità. Appena il 12% dichiara di puntare alla riduzione della CO₂. E se il 23% afferma di impegnarsi nella riduzione dei materiali, l’effetto reale su logistica e operations resta spesso marginale. Insomma, la sostenibilità c’è solo nei contenuti del blog, nelle etichette dei pacchi e nei post sponsorizzati.
Confronto europeo: l’Italia resta indietro
Nel frattempo, Francia e Germania stanno già lavorando su logistiche a impatto zero, packaging intelligenti e sistemi di reso completamente tracciabili e compensati. In Nord Europa molte aziende hanno introdotto la consegna a impatto compensato e integrato i dati ambientali nel customer journey. In Italia, il settore ecommerce – che nel 2024 ha superato gli 85 miliardi di euro di fatturato – resta indietro proprio su uno degli asset più importanti del futuro: la sostenibilità.
Eppure, le opportunità ci sono. Il 69% degli operatori italiani ancora non dispone di un’app mobile, ma l’introduzione di strumenti digitali avanzati potrebbe aprire la strada anche a una gestione più efficiente e green della logistica. In media, chi ha già investito in tecnologie digitali mostra anche una maggiore propensione a investire in sostenibilità, ma resta comunque un segmento limitato.
Regole in arrivo: il green non è ancora obbligo, ma lo diventerà?
Ad oggi, non esistono normative europee che impongano la sostenibilità ambientale ai siti di ecommerce, ma il vento sta cambiando. Il Report Casaleggio evidenzia che l’attenzione crescente dei consumatori e i nuovi standard globali stanno spingendo le aziende ad abbandonare il greenwashing e adottare pratiche più trasparenti. Anche se le normative europee attualmente in vigore — come il Digital Services Act o la Direttiva Omnibus — non impongono ancora obblighi ambientali, pongono le basi per un sistema di vendita digitale più controllato e responsabile.
È solo questione di tempo prima che le aziende siano chiamate a dimostrare concretamente l’impatto ambientale delle proprie scelte: dai corrieri utilizzati, ai materiali di imballaggio, alle emissioni prodotte lungo la catena logistica. In un contesto sempre più competitivo, non essere sostenibili sarà presto un costo, anche reputazionale.
Una sfida culturale prima che tecnologica
Il Report Casaleggio ci offre uno specchio in cui il settore deve guardarsi senza filtri. Se è vero che l’Italia si distingue spesso per la creatività delle sue imprese, è altrettanto vero che oggi serve un cambio di mentalità più che un nuovo colore da stampare sulle scatole. Per essere davvero sostenibili, servono strategie logistiche, scelte etiche e investimenti continui, non solo buone intenzioni.
In fondo, il cliente non si accontenta più di leggere “eco” sulla homepage. Vuole sapere da dove parte il suo pacco, come viaggia, con che tipo di packaging arriverà e dove potrà smaltirlo. E soprattutto: vuole sapere se tutto questo è stato pensato per lui… o solo per Google.








