Elena Sabbatini
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Sono nata a Bologna, ma da 12 anni la Sicilia è la mia casa. Amo viaggiare, scoprire nuove storie e raccontarle attraverso la scrittura.

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Stereotipi di genere: cosa pensano davvero i ragazzi italiani su bellezza, amore e violenza

Controllo, gelosia, schiaffi “normali”: cosa ci raccontano davvero i dati ISTAT sulle opinioni di ragazzi e ragazze tra gli 11 e i 19 anni

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Elena Sabbatini
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Essere belli, controllare il partner, pensare che “uno schiaffo ogni tanto” sia normale: nel luglio 2025 l’ISTAT ha pubblicato un’indagine che fotografa senza filtri cosa pensano davvero gli adolescenti italiani sui ruoli di genere, le relazioni e la violenza. Il comunicato stampa diffuso il 25 luglio accompagna i risultati di una ricerca condotta su oltre 39.000 ragazzi e ragazze tra gli 11 e i 19 anni, rivelando un quadro fatto di luci e ombre. Se da un lato molti giovanissimi ritengono accettabile che un ragazzo spii il cellulare della fidanzata, dall’altro la stragrande maggioranza condanna apertamente la violenza, soprattutto se ci sono figli di mezzo. Ma il confine tra gelosia e possesso, tra stereotipo e realtà, è ancora troppo sottile.

Gli stereotipi iniziano presto: la bellezza è un dovere (per le ragazze)

In Italia, nel 2023, più della metà degli adolescenti tra gli 11 e i 19 anni ritiene che per una ragazza sia più importante essere bella rispetto a un ragazzo. È un’idea apparentemente innocua, ma che rivela quanto siano ancora radicati certi modelli culturali, anche tra le nuove generazioni.

Secondo l’indagine ISTAT, il 56,4% degli intervistati condivide questo stereotipo: tra i maschi la percentuale sale al 58,6%, ma resta altissima anche tra le femmine (54%). Il concetto non cambia molto neanche con l’età: è d’accordo il 51% degli 11-13enni, il 60,1% dei 14-16enni e il 57,7% dei 17-19enni.

Le differenze si fanno più evidenti osservando il background familiare e culturale. I ragazzi stranieri, ad esempio, risultano più esposti a questo tipo di pregiudizio (59,1%), con punte del 61,6% tra i giovanissimi romeni. Al contrario, i figli di genitori con un alto titolo di studio – soprattutto se è la madre ad avere una laurea o un dottorato – tendono a rifiutare più spesso lo stereotipo. Qui il dato scende al 53,3%, segno che l’istruzione svolge un ruolo chiave nella formazione di una visione più equa del mondo.

Quello sulla bellezza femminile è lo stereotipo più diffuso tra i ragazzi italiani, ed è anche uno dei più pericolosi: riduce il valore delle ragazze alla loro apparenza, alimentando insicurezze e distorsioni nell’autopercezione già in età precoce. Un cliché che, se non contrastato, può diventare la base di molte diseguaglianze future.

Tecnologia, ingegneria e scopa: chi può far cosa secondo gli adolescenti

Se da un lato la bellezza femminile viene percepita come un obbligo, dall’altro restano saldi i ruoli tradizionali legati alle competenze e alle mansioni quotidiane. Per quasi un ragazzo su quattro (24,9%) gli uomini sarebbero “meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche”, mentre il 21,2% degli adolescenti pensa che i maschi siano “più portati delle femmine nelle materie scientifiche, ingegneristiche e tecnologiche”. Due idee che si rincorrono e si rafforzano a vicenda, contribuendo a mantenere lo status quo.

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Ancora una volta, sono i maschi a sostenere maggiormente questi stereotipi: il 30,4% ritiene che le faccende domestiche siano “roba da donne”, contro il 19,2% delle coetanee; mentre il 29,1% si sente naturalmente più portato delle ragazze nelle STEM, contro appena il 12,9% delle femmine.

Anche l’origine culturale incide: gli adolescenti stranieri mostrano percentuali più alte di stereotipi, con un picco del 31,7% tra i ragazzi ucraini che credono nella superiorità maschile nelle materie scientifiche. Al contrario, il titolo di studio dei genitori – e in particolare della madre – si conferma come un fattore protettivo: tra i figli di madri laureate, il pregiudizio sugli uomini meno adatti alle faccende domestiche scende al 22,5%, quello sulle competenze scientifiche al 19,2%.

Più che vecchi modi di pensare, sembrano modelli tramandati in silenzio, sedimentati nella quotidianità e raramente messi in discussione. Ed è proprio lì, tra un libro di matematica e una lavatrice da avviare, che si costruisce – o si demolisce – l’idea di parità.

La violenza? Colpa del vestito (per troppi adolescenti)

C’è un dato che fa riflettere più di altri: quasi un adolescente su quattro – il 23,1% – ha almeno uno stereotipo legato alla violenza sessuale. È un pregiudizio sottile e insidioso, che spesso si nasconde dietro frasi come “era vestita in modo provocante” o “in fondo non ha detto davvero no”. Frasi che, purtroppo, trovano ancora terreno fertile anche tra i giovanissimi.

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Il 15,6% dei ragazzi e delle ragazze tra i 14 e i 19 anni pensa che il modo di vestire possa “provocare” una violenza sessuale. Tra i maschi la percentuale sale al 23,5%, mentre tra le femmine scende al 7,2%. Il 13,7% ritiene che spesso “le ragazze dicono no, ma in realtà intendono sì”, e il 12,1% pensa che una ragazza ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia “almeno in parte responsabile” della violenza subita. In altre parole: l’idea che la colpa ricada – in qualche misura – sulla vittima è tutt’altro che superata.

Ancora una volta, l’istruzione dei genitori gioca un ruolo fondamentale: tra i figli di madri laureate, l’accordo con questi stereotipi si abbassa drasticamente. E anche l’età aiuta: i ragazzi più grandi, soprattutto le ragazze over 16, mostrano maggiore consapevolezza rispetto ai più giovani.

Quello che preoccupa, però, è che queste idee non sono marginali. Si legano a doppio filo a una cultura che tende a colpevolizzare le vittime e a ridurre la gravità dell’aggressione. Una cultura che, anche involontariamente, finisce per proteggere chi aggredisce più di chi subisce. E che rende ancora più difficile, per le ragazze, trovare la forza di denunciare.

Il controllo nei rapporti: se ti ama, ti spia

Per il 36% degli adolescenti italiani è accettabile che un ragazzo controlli abitualmente il cellulare o i social della propria fidanzata. Un dato inquietante, che diventa ancora più alto tra i maschi (43,7%) e tra i giovanissimi tra i 14 e i 16 anni (39,5%). Solo con l’aumentare dell’età questa tolleranza sembra calare leggermente, ma resta comunque troppo diffusa per essere considerata marginale.

La gelosia viene spesso interpretata come una forma d’affetto, e il controllo come una garanzia di fedeltà. Ma questa visione, profondamente distorta, finisce per giustificare comportamenti tossici e preludi a dinamiche pericolose: lo stalking e la violenza fisica iniziano spesso proprio da qui, da una password chiesta “per amore”, da un messaggio letto di nascosto, da un like giudicato di troppo.

L’indagine ISTAT rivela anche un forte legame tra questo tipo di controllo e la presenza di stereotipi più generali: chi ritiene che la bellezza sia centrale, che gli uomini debbano dominare o che le vittime “se la siano cercata”, è molto più incline a considerare accettabile il controllo nella coppia. Tra chi ha almeno uno stereotipo sulla violenza sessuale, l’approvazione al controllo sale al 57,1%.

Le condizioni socio-economiche, ancora una volta, fanno la differenza: più alta è l’istruzione dei genitori – in particolare della madre – e più bassa è la probabilità che i figli normalizzino il controllo. Ma serve di più: serve un’educazione sentimentale che aiuti i ragazzi a distinguere l’amore dalla sorveglianza, il rispetto dal possesso.

Schiaffi e normalità: quando la violenza viene tollerata

Che un ragazzo possa schiaffeggiare la sua fidanzata perché ha flirtato con un altro ragazzo è considerato “accettabile” dal 7,3% dei giovani tra i 14 e i 19 anni. Ma la percentuale sale all’11,1% se si parla di una relazione in cui “è normale che ci scappi uno schiaffo ogni tanto”. Non si tratta di eccezioni statistiche, ma di una porzione consistente di adolescenti che tende a minimizzare o giustificare la violenza fisica nella coppia.

Come sempre, i maschi sono più indulgenti delle femmine, e i ragazzi stranieri più degli italiani. Tra i 14-16enni stranieri, ad esempio, il 23,2% ritiene accettabile uno schiaffo “punitivo”. Anche in questo caso, i fattori protettivi sono la maggiore età, un contesto familiare con genitori istruiti e una condizione economica migliore.

Ma il dato più allarmante è un altro: l’adesione a stereotipi di genere o sulla violenza sessuale raddoppia – e in alcuni casi triplica – la tolleranza verso comportamenti violenti. Tra chi crede che “per un uomo sia più importante avere successo nel lavoro” o che “le ragazze provocano con il modo di vestire”, la percentuale di chi considera “normale” uno schiaffo nella coppia supera il 20%.

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È un intreccio pericoloso, dove stereotipi “innocui” fungono da fondamenta culturali per giustificare abusi concreti. Un’idea sbagliata su chi deve fare le pulizie può sembrare una banalità, ma se si lega alla convinzione che le donne debbano “rientrare nei ranghi” quando sbagliano, può diventare il primo passo verso la violenza. E verso la sua accettazione.

L’istruzione che salva: il ruolo (decisivo) delle madri

Tra tutti i dati raccolti dall’indagine ISTAT, ce n’è uno che emerge con particolare forza: il livello di istruzione dei genitori – e in particolare delle madri – ha un impatto diretto e profondo sulla diffusione degli stereotipi e sull’accettabilità della violenza. Non si tratta solo di un dettaglio statistico: è il segnale chiaro che l’educazione familiare è uno dei fattori più incisivi nel formare una coscienza paritaria nei giovani.

I figli di madri con laurea o dottorato sono meno inclini a credere che le ragazze debbano essere belle per forza (53,3%), che gli uomini siano meno adatti alle faccende domestiche (22,5%), o che i maschi siano più portati nelle materie scientifiche (19,2%). Ma il divario si fa ancora più netto quando si parla di violenza: solo il 4,2% dei ragazzi e ragazze con madre laureata pensa che una vittima ubriaca sia in parte responsabile della violenza sessuale subita. Una percentuale che raddoppia o triplica in altri gruppi sociali.

È come se l’istruzione materna avesse un effetto “anticorpo” contro gli stereotipi. Non si tratta di una trasmissione diretta di contenuti o nozioni, ma di un modello di pensiero critico, di un esempio quotidiano di autonomia e parità. In famiglie con madri istruite, la cultura del rispetto sembra attecchire più facilmente.

Ecco allora che il contrasto agli stereotipi e alla violenza non può prescindere da un investimento serio – e a lungo termine – nell’istruzione, soprattutto femminile. Perché, prima ancora che nei banchi di scuola, il cambiamento culturale passa dalle cucine, dai salotti e dalle conversazioni tra genitori e figli.

Ma c’è anche speranza: la generazione che crede nel rispetto

Nonostante i dati preoccupanti, l’indagine ISTAT non restituisce un quadro del tutto negativo. Anzi, tra le pieghe delle risposte, emergono segnali incoraggianti che raccontano di una generazione non rassegnata, capace di distinguere tra affetto e possesso, tra amore e controllo.

Il 94,6% degli adolescenti intervistati afferma con chiarezza che una donna non deve mai sopportare la violenza, soprattutto se ha dei figli. Un’opinione condivisa in modo trasversale: dalle ragazze (96%) ai ragazzi (93,1%), dagli italiani agli stranieri. E quando si chiede ai giovani cosa conti davvero in una relazione, quasi la metà (48,1%) indica il sostegno reciproco nei momenti difficili. La sincerità, la fedeltà e il “capirsi” vengono prima dell’attrazione fisica, della bellezza e degli interessi comuni.

Anche questo dice qualcosa: la cultura della relazione basata sul rispetto è viva e, in molti casi, già presente. A fare la differenza è l’educazione, l’ambiente familiare, la possibilità di parlare di questi temi con adulti competenti e consapevoli. E forse, anche l’accesso a nuovi modelli relazionali – più sani e meno idealizzati – può aiutare.

Certo, non basta un buon sentimento per scardinare decenni di retaggi culturali. Ma sapere che tanti ragazzi e ragazze riconoscono la violenza, la rifiutano e desiderano relazioni autentiche, è già un passo. E in un mondo che spesso parla dei giovani con toni disillusi, forse è proprio da loro che può arrivare la spinta più sincera al cambiamento.

Puoi scaricare il report completo qui.

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