Garbato, disinvolto, sicuro di sé, c’è un qualcosa di ermetico e misterioso nell’attore palermitano Gaetano Bruno. Scorrendo la galleria di personaggi che ha interpretato in vent’anni di carriera, si scopre uno straordinario talento, corteggiato da registi internazionali del livello di Ridley Scott, che lo volle per “House of Gucci”, l’inglese Joe Wright, che ha firmato la serie di successo di Sky, “M – Il figlio del secolo”, e nella serie Netflix “Il Gattopardo” il regista inglese Tom Shankland gli ha affidato il ruolo del Governatore Leonforte.
La sua interpretazione nel remake del capolavoro di Luchino Visconti, è magistrale. Molti lo ricordano nei panni di Constant Calamita, uno dei protagonisti della quarta stagione della fortunata serie televisiva “Fargo”, creata da quel genio di Noah Hawley. Il suo ruolo era perfetto nell’interpretare uno degli uomini di punta della famiglia italo-americana “Fadda”, gentile ma anche assassino spietato. La serie è ispirata al film omonimo dei fratelli Coen, uscito nel 1996. C’è una bella coincidenza nella vita di Bruno, rispetto a questa straordinaria occasione di lavorare in America con un cast stellare; bisogna andare indietro negli anni quando Gaetano fece un provino con il regista Paolo Sorrentino, per il film uscito nel 2004, “Le conseguenze dell’amore”; fu proprio lui a chiedergli se avesse mai visto il film dei fratelli Coen, perché voleva che interpretasse il ruolo di un attore dai capelli biondi ossigenati.

Quella di Fargo probabilmente è l’esperienza più importante della tua carriera?
Effettivamente mi sono sentito un privilegiato. Penso sempre che gli attori vengono scelti e rispetto al primo provino Noah Hawley cambiò idea e decise di affidarmi non un semplice ruolo da duro, ma un personaggio più fluttuante e performante. E fu un successo!
Proviamo quindi in estrema sintesi a ricordare gli inizi della tua carriera?
Ho iniziato con la regista Emma Dante, ai Cantieri culturali della Zisa di Palermo, con uno spettacolo dal titolo “Mpalermu”. Con la compagnia di Emma ho lavorato otto anni. Poi la svolta con il cinema.
C’è un film o un attore a cui ti sei particolarmente ispirato?
Luna rossa del 2001, diretto da Antonio Capuano. Lo vidi al cinema Aurora e rimasi folgorato dall’interpretazione di Tony Servillo. Da lì capii che dovevo lanciarmi nel cinema e così fu.
Sei uno degli attori più amati in questi ultimi mesi grazie all’interpretazione del leader del partito socialista Giacomo Matteotti nella fortunata serie “M – Il figlio del secolo”, ispirata dall’omonimo romanzo di Antonio Scurati.
Considero la serie un’opera d’arte, oltre 1 milione di spettatori al debutto, grazie anche al successo del libro di Antonio Scurati; è stato molto difficile vestire i panni del segretario del partito socialista unitario, vero e proprio tormento di Mussolini che, per sua stessa ammissione, fece uccidere da una squadra fascista.
Perché ricordare la data del suo assassinio, il 10 giugno del 1924?
Il potere fascista, uccidendo Matteotti, dimostrò pubblicamente di calpestare ogni diritto morale e quindi la dignità umana. Quel giorno la squadra fascista capeggiata da Amerigo Dumini, fece fuori colui che denunciò i brogli elettorali e il clima di violenza causato dai fascisti, alimentati dalla nascente dittatura di Benito Mussolini durante le elezioni del 6 aprile 1924. Il fascismo è un capitolo della nostra storia su cui c’è ancora da riflettere; probabilmente vanno rilette la vita e le opere di Matteotti per comprendere ancora delle dinamiche che ancora oggi rimangono irrisolte.
Cosa hai provato a interpretare una delle scene più iconiche, il discorso in parlamento di Matteotti?
La scena non è stata mai provata; mi sono sentito come una “rockstar al contrario”, mi spiego meglio: mentre i grandi della musica, durante i concerti ricevono consensi enormi dal pubblico, Matteotti aveva tutti contro e sentiva forte la minaccia del regime. Il suo discorso fu come una condanna a morte. Quelle frasi fecero tremare tutti. È importante che i giovani di oggi vedano questa scena della serie per capire quanto sia importante fare memoria e non commettere più gli errori/orrori del passato.
Come è stato lavorare con il regista inglese Joe Wright, conosciuto per film capolavoro come “Orgoglio e pregiudizio”, “Espiazione” e “Anna Karenina”?
È un grande regista che ha molta padronanza della camera da presa. Sa restituire una visione poetica del suo immaginario e soprattutto sceglie in maniera perfetta tutti i suoi personaggi.
Come ti sei preparato a interpretare questo ruolo?
Matteotti era di Fratta Polesine, un piccolo comune del Veneto; per prepararmi tecnicamente alle sonorità e al dialetto ho chiesto aiuto a un grande attore, Roberto Citran. Inoltre mi sono immerso nelle letture dei libri del leader socialista come “Un anno di dominazione fascista”, pubblicato e distribuito quasi clandestinamente nel febbraio 1924 e tradotto in Gran Bretagna, Francia e Germania. Di Matteotti mi ha intenerito la sua umanità, la storia dei 3 figli e il suo amore per la moglie, Velia Titta interpretata dalla brava attrice Elena Lietti.
Oltre al cinema c’è anche tanta fiction televisiva nella tua carriera, La porta rossa”, “1992” e “Il cacciatore”, come è stato interpretare Edoardo Valenti, il primario di chirurgia, della fortunata serie medical drama: “Doc” con protagonista Luca Argentero?
Qualcuno ha sostenuto che il mio ruolo fosse un po’ cinico e distaccato, in realtà ho voluto dare la giusta distanza a un mestiere, quello del primario, non facile, che inevitabilmente odi e ami nello stesso tempo.
I tuoi legami con la Sicilia e Palermo?
Sono assoluti; non si sono mai interrotti, quando posso mi metto a disposizione di registi, (splendida l’interpretazione nel film di Pasquale Scimeca “Il Giudice e il boss”, sul magistrato Cesare Terranova) e dei giovani con i laboratori di cinema e teatro.
Che consigli daresti a un giovane che vuole intraprendere la carriera dell’attore?
Esserecuriosi, lavorare molto su sé stessi, mettersi in relazione con mente e corpo e con gli altri; occupare spazi per dare sfogo alla creatività; abbandonare i telefonini e i social per alcune ore della giornata e usarli come strumento, affinché i social non facciano diventare le persone un loro strumento!




















