Ti guardi allo specchio, scatti un selfie, scegli il filtro giusto e poi aspetti i like. Ma sei davvero tu quello lì? O sei solo l’immagine che gli altri vedono e commentano? Domande che oggi sembrano figlie dei social, ma che Luigi Pirandello aveva già messo nero su bianco più di un secolo fa. Il suo Uno, nessuno e centomila è un romanzo che non parla di un tempo lontano, ma di noi: smarriti, divisi, intrappolati tra identità che non sappiamo più governare.
Tutto comincia da un naso storto
A Vitangelo Moscarda, il protagonista, basta un dettaglio per crollare: la moglie gli fa notare che ha il naso un po’ storto. Una sciocchezza, eppure da lì inizia il terremoto: se lei vede qualcosa che lui non ha mai notato, allora quante altre cose gli altri vedono di lui senza che lui lo sappia? È l’inizio di una crisi personale che diventa universale: non siamo mai davvero padroni della nostra immagine.
Uno, nessuno e centomila (spiegato facile)
Dietro il titolo criptico ci sono idee che, una volta capite, non ti mollano più:
- Non esiste un solo “io”: cambiamo a seconda di chi ci guarda.
- Indossiamo maschere ogni giorno: marito, amico, collega, figlio.
- La verità è relativa: ognuno ha la sua versione di noi.
- Cercare il “vero io” è inutile: non troveremo mai un’identità unica, solo infinite prospettive.
In pratica, Moscarda scopre di essere contemporaneamente uno, nessuno e centomila.
Pirandello avrebbe odiato i social?
Chissà cosa avrebbe pensato lo scrittore vedendo i nostri profili Instagram, le bio su LinkedIn o le foto ritoccate con i filtri. Forse avrebbe sorriso: lui parlava di maschere sociali, noi oggi parliamo di identità digitali. Cambia il palcoscenico, ma non il copione: anche online ci costruiamo mille versioni di noi stessi, calibrate per amici, follower, colleghi o perfetti sconosciuti.
Un romanzo che non invecchia mai
Uno, nessuno e centomila non è un libro semplice, ma è uno di quei romanzi che ti lascia addosso delle domande più che delle risposte. Perché la verità è che non siamo mai “uno solo”: e il tentativo di liberarsi da tutte le maschere porta Moscarda (e forse anche noi) a una solitudine che fa paura. È per questo che, a distanza di oltre cent’anni, resta ancora attuale e scomodo: ci costringe a guardare in faccia il nostro caos interiore.
La libertà di essere tanti
Forse il messaggio pirandelliano non è solo angosciante. Forse, accettare che siamo “centomila” e che non esiste un “vero io” può diventare una forma di libertà. Non dobbiamo scegliere una maschera definitiva: possiamo viverle tutte, sapendo che, in fondo, siamo sempre un po’ diversi. E va bene così.



















