Nel cuore di Santa Margherita Belìce, dove le pietre antiche del Palazzo Filangeri di Cutò conservano ancora il respiro della decadente nobiltà siciliana, si è accesa una luce nuova: l’Enoteca del Gattopardo, inaugurata lo scorso 2 agosto, è uno spazio che non è soltanto vetrina per i grandi vini delle Terre Sicane, ma un racconto liquido e identitario di un territorio che parla attraverso le vigne. Un progetto a lungo accarezzato, che non è punto d’arrivo ma inizio di un cammino che attraversa cinque comuni – Contessa Entellina, Menfi, Montevago, Sambuca di Sicilia e Santa Margherita di Belìce – e si snoda lungo uno degli itinerari enogastronomici più autentici e ancora poco battuti della Sicilia: la Strada del Vino Terre Sicane.
Il trionfo della pasticceria siciliana
Non a caso, ad accompagnare l’apertura dell’enoteca – nell’ambito delle iniziative del Premio Tomasi di Lampedusa, che intreccia letteratura e memoria, e del Festival Gattopardiano, appuntamento enogastronomico che celebra la tradizione dolciaria dell’Isola – è stata la serata-evento “La Cucina del Gattopardo” che, grazie alla partecipazione delle brigate di pasticceria del territorio, ha trasformato i cortili storici di Santa Margherita in un’opera multisensoriale, dove la memoria culinaria ottocentesca si intreccia con la materia viva del presente e la cassata monumentale di 200 chili, realizzata dal maestro pasticcere Nicola Fiasconaro, il trionfo di gola, i profumi d’agrumi e mandorle, i calici di Grillo e Nero d’Avola raccontano la Sicilia attraverso la magnificenza del gusto.
Un ecosistema rurale da raccontare
Le strade del vino dell’isola – da Marsala all’Etna, da Noto ad Alcamo – sono itinerari tematici pensati non solo per degustare eccellenze, ma per incontrare il genius loci di ogni territorio: la cultura materiale, le architetture rurali, i ritmi del lavoro agricolo, i piatti tramandati da generazioni.
Quella delle Terre Sicane, però, ha una peculiarità: si snoda nell’entroterra collinare della provincia di Agrigento, tra uliveti secolari, vigne su terrazzamenti, borghi sospesi nel tempo, rovine silenziose del disastroso terremoto che rivoltò la valle del Belìce.
La Strada promuove un modello di turismo integrato in cui vino, cibo, natura e cultura convivono in armonia. Le sue cantine – molte a conduzione familiare, altre veri e propri marchi iconici dell’enologia nazionale – producono vini che sono il frutto diretto di un terroir vocato, dove l’equilibrio tra mare e collina regala espressioni uniche di Grillo, Inzolia, Nero d’Avola, Catarratto, Perricone e Syrah.
Non si tratta solo di produzione vitivinicola: lungo la Strada si incontrano oleifici, caseifici, panifici storici, laboratori di conserve e pasticcerie che custodiscono ricette ancestrali. Ogni sosta è un racconto, ogni calice un dettaglio di una storia più ampia.
Terre Sicane, una mappa di emozioni
Percorrere gli itinerari della Strada del Vino Terre Sicane significa anche lasciarsi incantare da panorami gentili e selvatici, dai ruderi greci di Adranone alle terme di Acquapia, fino alle spiagge dorate di Menfi e Sciacca che vantano “bandiere blu” riconfermate di anno in anno. Ma è nei borghi dell’interno – come Sambuca di Sicilia, Borgo dei Borghi nel 2016, o Contessa Entellina, cuore della minoranza arbëreshë – che il visitatore incontra l’anima più profonda di queste terre. Con il Baglio Ingoglia di Montevago, rinato dalle rovine del terremoto del 1968 e divenuto la sede ufficiale della Strada, a fare da fulcro per eventi, degustazioni, masterclass e momenti di formazione per un turismo consapevole. Non eventi isolati -che culminano nella grande festa di fine luglio del Terre Sicane Wine fest – ma tasselli di un racconto corale: quello di una Sicilia agricola che vuole essere protagonista non solo per la qualità dei suoi vini, ma per la capacità di restituire al viaggiatore un’esperienza di bellezza e appartenenza che travalica il semplice percorso tra cantine ma diventa mappa di emozioni e memoria, un modo per rimettere in relazione uomo, natura e cultura.


















