C’è stato un tempo – forse non troppo lontano – in cui ogni ricorrenza era un atto collettivo. Si accendeva una candela, si faceva silenzio in piazza, si ascoltava la voce di chi ricordava. Oggi sembra tutto più sbiadito. Le tragedie durano il tempo di un post, le proteste il tempo di un hashtag, le commemorazioni il tempo di una corona. E poi? Poi si passa oltre. Con una rapidità che fa quasi paura.
Eppure, siamo in Sicilia. La terra dei lapidi sulle piazze, delle lenzuola appese ai balconi, delle madri che non hanno mai smesso di chiedere verità. La terra che ha fatto della memoria un’identità. O almeno così ci piace dire.
Quando la memoria era parte della vita
Non serve tornare ai miti greci per capire quanto la memoria sia (o fosse) radicata qui. Basta pensare agli anni ’90: Falcone, Borsellino, le stragi, i cortei, le scuole che uscivano in strada con i cartelloni scritti a mano. La memoria era un atto vivo, un gesto pubblico. Un modo per dire: “Io c’ero, e non dimentico”.
Anche più indietro, in certi paesi, si ricordavano i contadini caduti nelle lotte per la terra. Si commemoravano i pescatori dispersi in mare. Si raccontavano le storie a voce alta, tra una granita e una sedia in plastica. Non c’erano slide su Instagram, ma c’era comunità.
E oggi? Il tempo di un post e via
Poi qualcosa è cambiato. O forse è cambiato il mondo intorno. Oggi basta scorrere i social per vedere commemorazioni in formato template: foto in bianco e nero, didascalie standard, hashtag d’obbligo. Il giorno dopo? Silenzio. Come se la memoria avesse un timer. Come se fosse un gesto dovuto, più che voluto.
E questo vale per tutto: incendi, crisi ambientali, proteste giovanili, morti sul lavoro. Se ne parla, ci si indigna, si condivide. Poi tutto sparisce. In attesa del prossimo “evento”. È la logica del presente continuo, dove tutto scorre e nulla si sedimenta.
Ma siamo davvero così smemorati?
Forse no. Forse dentro di noi, qualcosa resta. Forse ci portiamo addosso frammenti di storie, anche se non li raccontiamo più. Forse la memoria non si è persa: si è solo spostata. Dal pubblico al privato. Dal gridato al sussurrato. Dalla piazza al pensiero.
Eppure, non basta. Perché la memoria non serve solo a ricordare, ma a costruire. Serve a farci capire chi siamo e da dove veniamo. E senza di lei, rischiamo di girare in tondo, facendo finta che certe cose “non possano succedere più”. Quando invece… stanno già succedendo.
La Sicilia che ricorda (anche in silenzio)
Eppure, ci sono ancora segnali. Ci sono scuole che ogni anno vanno a Capaci senza clamore. Ci sono giovani che organizzano cineforum nei quartieri dimenticati. Ci sono artisti che raccontano storie dimenticate con murales, fotografie, musica.
Ci sono iniziative piccole ma tenaci. Non fanno notizia, ma tengono accesa la fiamma. E forse è lì che va cercata oggi la memoria siciliana: non nelle grandi cerimonie, ma nei gesti quotidiani. Nella scelta di raccontare, anche solo a voce, una storia che merita di restare.
Ricordare non è un obbligo. È un atto d’amore
Ricordare non è un esercizio di nostalgia. È un modo per rispettare chi ha lottato, chi ha sofferto, chi ha creduto. È un modo per dire: “Non sei stato dimenticato”. In un tempo che ci spinge a correre sempre, ricordare è una forma di resistenza.
E forse, per noi siciliani, è anche una forma di coerenza. Perché se davvero vogliamo continuare a dire che siamo la terra della memoria, dobbiamo meritarcelo. Con i fatti, non solo con le frasi fatte.























