È un’espressione che in Sicilia si sente dire spesso. Quasi una formula magica: “Ci pensiamo domani.” A volte accompagna un sorriso. Altre volte è un sospiro, una resa. Non è un no, ma nemmeno un sì. È uno stare nel mezzo, tra l’azione e l’attesa, tra il possibile e il rimandato.
Da fuori può sembrare semplicemente pigrizia. Da dentro è più complicato. Perché dietro quel “ci pensiamo domani” c’è un’intera visione del tempo, della vita, delle priorità. Una forma di difesa, forse. O di adattamento. Ma anche un rischio, se diventa la regola.
Un’attitudine antica: fatalismo o strategia?
In Sicilia il tempo ha sempre avuto un peso diverso. Non è solo una questione di orologio, ma di clima, di storia, di mentalità. Le attese fanno parte del quotidiano: si aspetta l’estate, la pioggia, la stagione giusta, l’ufficio che riapre, la decisione che “devono ancora prendere”. E così, anche le azioni si dilatano.
In parte è fatalismo: l’idea che tanto “nulla cambia”, che “non vale la pena agitarsi”, che “le cose vanno come devono andare”. Ma in parte è anche una forma di sopravvivenza. Una strategia per non soccombere alle pressioni, per non consumarsi nell’urgenza costante. Un modo per dire: “Aspettiamo il momento giusto”.
Quando il rimando diventa rifugio (e ostacolo)
Il problema nasce quando il domani non arriva mai. Quando “ci pensiamo” diventa “non ci pensiamo affatto”. Quando il rimando diventa abitudine, e poi scusa. Ed è così che certe cose restano incompiute: lavori, sogni, progetti, promesse. Non perché non ci siano le capacità, ma perché manca il primo passo. O il secondo. O il terzo.
E intanto il tempo passa. E ci ritroviamo a dire: “Eh, se solo l’avessimo fatto prima…” Ma quel prima è stato inghiottito da una routine fatta di pause, distrazioni, tentennamenti. Una routine che conosciamo bene, e che in fondo ci rassicura.
Eppure, dentro quel tempo lento c’è anche creatività
C’è un altro lato, meno noto, di questa tendenza a rimandare. È lo spazio della riflessione, del pensiero che matura piano. In Sicilia molte idee nascono camminando, chiacchierando, rimuginando. Non davanti a una scadenza, ma tra un caffè e un tramonto.
Non tutto ha bisogno di essere immediato. Alcuni progetti hanno bisogno di sedimentare. Alcune decisioni hanno bisogno di silenzio. E forse, dietro certe apparenti indecisioni, si nascondono intuizioni preziose. Serve solo saperle riconoscere.
Un equilibrio da ritrovare
Il punto non è cancellare il “ci pensiamo domani”. È dargli un senso. È capire quando è un freno e quando è una risorsa. Quando ci blocca e quando ci protegge. Perché non è vero che tutto va fatto subito. Ma nemmeno che tutto può aspettare.
Forse dovremmo imparare a usarlo meglio, questo tempo tutto nostro. A dosarlo. A renderlo fertile. Perché tra l’ansia del fare e l’inerzia del non fare, c’è uno spazio intermedio in cui può nascere qualcosa di buono. Ma solo se lo vogliamo davvero.




















