Elena Sabbatini
Elena Sabbatini
Sono nata a Bologna, ma da 12 anni la Sicilia è la mia casa. Amo viaggiare, scoprire nuove storie e raccontarle attraverso la scrittura.

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Siamo fieri di essere siciliani, ma poi ci sabotiamo da soli (quasi senza accorgercene)

In Sicilia siamo fieri delle nostre radici, ma spesso ci auto-sabotiamo per paura di fallire. È tempo di cambiare sguardo.

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Elena Sabbatini
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Sono nata a Bologna, ma da 12 anni la Sicilia è la mia casa. Amo viaggiare, scoprire nuove storie e raccontarle attraverso la scrittura.
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Ogni siciliano, almeno una volta nella vita, ha detto o pensato: “La Sicilia è la terra più bella del mondo.” E lo crede davvero. Perché non si tratta solo di paesaggio o cucina, ma di qualcosa di più profondo: un legame viscerale con le proprie origini, con la lingua, con la storia. Un orgoglio che traspare anche nei gesti più semplici, nei modi di dire, nella difesa appassionata della propria isola davanti agli “stranieri”.

Eppure, spesso, quello stesso orgoglio si inceppa. Si spezza a metà strada. Perché subito dopo aver detto quanto è bella la Sicilia, qualcuno aggiunge: “Sì, ma qui non cambierà mai niente.” Come se l’amore per la terra e la sfiducia in se stessi andassero a braccetto. Come se ci fosse qualcosa dentro di noi che ci spinge a non crederci fino in fondo.

Amiamo la nostra terra, ma dubitiamo di noi

È un meccanismo sottile, ma diffuso. Quante volte abbiamo sentito dire: “Questo progetto è troppo ambizioso per Palermo”, oppure “Da noi non funziona”. Come se il problema fosse genetico. Come se certi traguardi non ci appartenessero.

E intanto si resta fermi. Si rinuncia prima ancora di provare. Ci si autocensura, ci si sabota con frasi che sembrano innocue ma che scavano dentro: “Chi te lo fa fare?”, “Non c’è futuro qui”, “Tanto non serve a niente”. E lo si fa spesso senza cattiveria, anzi, con affetto. Per proteggersi dalla delusione. Per non cadere troppo in alto.

È colpa della storia o della narrazione che ci raccontiamo?

Forse tutto nasce da lontano. Da una storia fatta di dominazioni, sfruttamenti, partenze obbligate. Una storia in cui per sopravvivere bisognava abbassare la testa, arrangiarsi, non sognare troppo in grande. Ma forse la radice più profonda è nella narrazione che continuiamo a fare di noi stessi: quella dell’isola bella ma sfortunata, piena di talento ma sempre frenata.

Ci siamo abituati a raccontarci così. E più lo facciamo, più ci convinciamo che sia vero. È un racconto comodo, anche se doloroso. Perché ci deresponsabilizza: se le cose vanno male, è colpa di un destino più grande di noi.

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Eppure il potenziale c’è. E si vede

Non è tutto negativo. Anzi. Ogni tanto succede qualcosa che rompe questo schema. Un’impresa che nasce e cresce in Sicilia. Un artista che resta e ce la fa. Un gruppo di giovani che crea un progetto rivoluzionario in un quartiere difficile. E allora ci rendiamo conto che sì, si può fare. Che non siamo condannati. Che il potenziale non manca. Manca, forse, il coraggio di crederci davvero.

Perché quando qualcuno riesce, il commento tipico non è “Bravi!”, ma “E come hanno fatto?”. Come se ci fosse sotto un trucco, una scorciatoia, una fortuna inspiegabile. Come se il successo qui fosse un’eccezione, non una possibilità.

Rompere il ciclo: più fiducia, meno cinismo

Forse è tempo di cambiare tono. Di smettere di dire “tanto non serve” e cominciare a dire “vediamo se funziona”. Di passare dalla nostalgia all’azione. Dall’autoironia al rispetto per noi stessi. Di coltivare una fiducia collettiva, che non sia ingenua, ma neppure disfattista.

Non è facile. Ma è necessario. Perché la Sicilia ha bisogno di chi la ama, certo. Ma ancora di più ha bisogno di chi la immagina diversa. E lavora ogni giorno, anche nel dubbio, per costruirla davvero.

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