Presso le stanze dell’Archivio Diaristico Nazionale di Piave Santo Stefano, tra memorie, diari ed epistolari, è conservato un dattiloscritto monumentale: 1027 pagine autobiografiche battute, tra il 1968 e il 1975, su una macchina da scrivere Olivetti dal semi-analfabeta Vincenzo Rabito. È soltanto nel 2007 che verrà pubblicato da Einaudi col titolo di Terra matta.
“Vivace, irruenta, non addomesticabile, la vicenda umana di Vincenzo Rabito” – nato a Chiaramonte Guelfi, in provincia di Ragusa nel 1899 – attraversa l’Italia del Novecento, segnata da due guerre mondiali, dalla miseria di una Sicilia contadina ed arretrata e da un’esistenza sempre in bilico tra povertà e il sogno di una fortuna possibile
“Una mala vita molto sacrificata e molto desprezata”
Secondo di sette figli, Vincenzo nasce in una famiglia estremamente povera: il padre morirà di polmonite quando l’autore ha soli sette anni e, pur di provvedere al sostentamento dei fratelli e delle sorelle, comincerà a lavorare in tenerissima età per poche lire al giorno. Ad appena sedici anni, durante la settimana di Carnevale – momento atteso da Vincenzo con entusiasmo, ecco trasformarsi in tragedia – riceve la lettera di arruolamento per combattere nella Prima Guerra Mondiale. Starà dunque lontano da casa per sette anni, periodo che Rabito descrive con minuzia di dettagli e con particolare trasporto emotivo. L’offensiva sul Piave, spoglia di ogni retorica propagandistica, viene narrata con tono cinico e disincantato, al quale si mescola l’amara ironia di quando, dopo la vittoria, al terzo giorno senza ricevere la distribuzione di cibo scrive: “Abbiamo vinto la guerra ma abbiamo perso il manciare”.
Terminato il conflitto, l’autore va a cercar fortuna in Africa per ritornare dopo alcuni anni a Chiaramonte dove, con la promessa di allacciare legami con una famiglia “nobile” che gli avrebbe permesso di trovare facilmente lavoro, si sposa con Sebastiana e va a vivere con la moglie e la suocera nella casa delle due donne: sarà invece l’inizio di una convivenza difficile, segnata da rimpianti e litigi con la suocera. Sempre alla ricerca di un’occupazione stabile, Rabito lavora anche in Geremia come minatore nei primi mesi della Seconda Guerra Mondiale, prima di essere richiamato brevemente alle armi in Italia. Durante questi anni nascono i suoi tre figli: Salvatore, Gaetano e Giovanni.
Il dopoguerra porta un periodo di relativo benessere economico e di soddisfazioni familiari (Salvatore si laurea in ingegneria e Giovanni si iscrive alla facoltà di giurisprudenza), ma anche di profonde amarezze: i continui litigi con la suocera, la morte dell’amata madre e l’ostilità della moglie nei confronti della famiglia di Vincenzo.
Nelle ultime pagine, l’autore ormai anziano osserva come l’Italia sia profondamente cambiata rispetto ai tempi della sua giovinezza.
Tra lingue e temi
Nel cuore di Terra matta pulsa una lingua che è sia invenzione istintiva sia racconto reale: un italiano “imperfettamente acquisito”, ibridato con sicilianismi, strafalcioni ortografici, sintassi contorta, espressioni scurrile e punteggiatura anarchica, con il punto e virgola a dividere ogni parola dalla successiva.
Questa lingua così ruvida e forse non immediatamente accessibile restituisce, con straordinaria sincerità, i temi forti della sua epopea personale e collettiva: la guerra vista con gli occhi di chi non si considera parte della Patria, la miseria contadina, il sogno impossibile di emancipazione, i repentini ribaltoni politici che vedono l’autore passare dal dichiararsi comunista all’iscriversi al Partito fascista, i contrasti della modernità, la costante ricerca di stabilità lavorativa e il desiderio di riscattarsi dalle umili origini.
Il racconto di Rabito diviene così non solo memoria autobiografica, ma un affresco della storia italiana: dalle trincee della Grande Guerra al fascismo, passando per il boom economico e tornando alla Sicilia dell’infanzia.
Un romanzo che, per la peculiarità del suo testo, attrae il lettore e lo spinge ad interrogarsi sul significato di una particolare espressione o di un evento descritto.
Qualità per le quali nel 2000 quest’autobiografia vince il “Premio Piave – Banca Toscana”. Il tratto spiccatamente orale del testo ha anche favorito la sua trasposizione teatrale, con le versioni di Vincenzo Pirotta e Stefano Panzeri.
Determinante è stato il lavoro – per l’edizione del romanzo con l’Einaudi – dei curatori, Evelina Santangelo e Luca Ricci, che hanno scelto di rispettare l’anarchia linguistica di Rabito, limitandosi a rendere leggibile il testo senza intaccarne l’autenticità, aggiungendo, ad esempio, l’h nel verbo avere e sovradimensionando l’uso del punto e virgola.
Autobiografia e documento storico
Per concludere, Terra matta non è soltanto un romanzo autobiografico, ma una fonte storica preziosa: attraverso lo sguardo di un uomo comune si ricostruiscono i cambiamenti sociali, economici e politici dell’Italia del secolo scorso. La storia di Vincenzo Rabito colpisce perché, pur unica nei dettagli della sua esistenza, porta con sé temi universali: la guerra, la povertà, i contrasti sociali e, soprattutto, la perenne ricerca di un lavoro stabile e di una vita dignitosa. Questo motivo ricorrente attraversa tutto il romanzo, dall’infanzia difficile agli anni della maturità, rendendo Terra matta non solo un memoir personale, ma una riflessione sulla condizione umana e sulle lotte quotidiane di generazioni di uomini e donne. La voce imperfetta e sgrammaticata di Rabito, potente nella sua sincerità, trasforma il racconto in un atto di resistenza e in un invito a considerare la tenacia come un filo che attraversa il tempo e le vicende di ciascuno.




















