Diciassette giorni, 47 eventi, decine di masterclass, migliaia di bottiglie stappate. A Milo, l’affascinante borgo sull’Etna dove Franco Battiato scelse di vivere e Lucio Dalla divenne suo vicino di casa, i vigneti non sono solo immagine pittoresca ma la cifra di un paese che ha fatto del vino la sua grammatica quotidiana.
Un edizione XL
Qui, è in pieno svolgimento la 45esima edizione di ViniMilo, una delle manifestazioni enologiche più longeve della Sicilia, nata quando le degustazioni erano rare eccentricità per pochi appassionati e cresciuta di pari passo con la scoperta dell’Etna come terroir di grandi vini, come l’Etna Bianco Superiore, una micro-denominazione dentro la denominazione, tra i bianchi possenti del Vulcano. Solo vent’anni fa parlare di “grandi vini etnei” sembrava esercizio per visionari, oggi sono le cifre a parlare: più di 1.300 ettari vitati, centinaia di produttori, etichette premiate nei concorsi internazionali, trend di crescita che non sembrano arrestarsi.
Sull’Etna il vino è coltura “eroica”
Con una peculiarità quasi paradossale: l’Etna privilegia ancora l’artigianalità del gesto, il paesaggio fatto di piccole parcelle, le differenze a volte abissali tra le diverse contrade, le vigne strappate alla montagna pianta per pianta, coltivazioni “eroiche” dove non servono camion e trattori ma ci si arrampica letteralmente, tra i terrazzamenti su cui si stagliano palmenti antichi oggi convertiti in cantine di charme.
Milo è lo specchio di tutto questo e nonostante la notorietà crescente, ViniMilo, che andrà avanti con i suoi eventi ogni giorno fino al 14 settembre, ha conservato la genuinità di festa di paese, la dimensione umana, rurale, comunitaria.
Gli eventi di ViniMilo
Vino, certo, con decine di appuntamenti “tecnici” per estimatori, esperti, appassionati e sommelier oltre al pubblico che di anno in anno si dà appuntamento a Milo. Ma anche cibo di strada, mercatini, tour in vigna, i convegni, il Vinobus che si inerpica tra i tornanti dell’Etna, la cooking class con le sorelle Turco, “biocustodi” di Enna che insegnano a impastare la pasta fresca con grani antichi siciliani, l’enoteca all’aperto che si affaccia sul belvedere che guarda il mare, il concorso per le migliori etichette di design. Una regola su tutte: il vino qui non si beve soltanto ma è d’obbligo lasciar spazio al racconto, alle storie di chi lo produce, al territorio e a un indotto economico dai numeri sempre più importanti, come sottolinea con orgoglio il sindaco Alfio Cosentino.
Le sfide di dazi e dealcolati
Dietro questo entusiasmo non mancano le inquietudini dei produttori vitivinicoli. La crescita dell’Etna del vino ha bisogno sempre più impellente di regole, prima che diventi moda effimera o — peggio — business senza anima. Il Consorzio Etna DOC lo sa, e negli ultimi anni ha scelto una strada prudente: aumenti contenuti delle superfici, attenzione alla zonazione, vincoli per chi entra. È un modo per proteggere la credibilità costruita con fatica e per evitare che l’Etna venga “colonizzato” come è successo altrove e già in parte accaduto anche qui.
Ma le sfide arrivano anche dall’esterno, dall’estero con i dazi che rendono l’export, soprattutto verso un mercato chiave come quello degli Stati Uniti, una criticità già evidente mentre il mercato italiano fa i conti con un fenomeno che pochi avrebbero previsto avanzare con grande velocità: quello dei vini dealcolati.
In un mondo, soprattutto quello giovanile, che consuma meno alcol, il vino rischia di perdere terreno se non riesce a raccontarsi come prodotto culturale, agricolo, territoriale. Ecco perché manifestazioni come ViniMilo continuano ad avere senso, oggi più che mai: perché sono l’opposto di una degustazione da fiera o delle masterclass da evento mondano. Sono una forma di racconto collettivo, una idea di futuro che difende la tipicità e la diversità, che riconosce il valore del limite, che crede ancora che il vino, per essere grande, debba prima di tutto esaltare il territorio dal quale viene.



















