Quando Tino Pasqualino era bambino viveva a Santa Maria de La Salette, rione popolare del centro storico di Catania, confinante a nord-ovest con il quartiere San Cristoforo e a nord-est con quello degli Angeli Custodi. Un quartiere pieno di contraddizioni in cui coesistono ceti popolari e ceti borghesi con vecchie e anguste case terrane e palazzi borghesi, fabbriche e piccoli laboratori di artigiani. Era un bimbo talmente sereno e pacioccone che i genitori non poterono fare a meno di chiamarlo Agatino; dal greco Agathos, ossia buono.
La stessa indole che l’attore e regista, colonna portante del teatro popolare etneo, ha continuato ad avere fino ai suoi 72 anni, prima della morte, avvenuta inaspettatamente sabato 18 ottobre 2025. Pochi giorni prima della drammatica notizia, si era raccontato a BE Sicily Mag. “Tino Pasqualino, un nome dalla sonorità perfetta. E poi, le tradizioni vanno rispettate, no? Stesso nome del nonno e omaggio alla Patrona”, così si era presentato.
La storia di Tino Pasqualino, dal quartiere Santa Maria de La Salette di Catania
“È nel quartiere dove sono nato e cresciuto, che mi beccai il virus”, aveva raccontato il regista e attore in merito all’inizio della sua carriera. “Che virus? Quello del teatro trasmessomi dai salesiani. Fu proprio all’oratorio, che, grazie a don Gino D’Amico, io e un gruppetto di ragazzini del quartiere siamo stati forgiati. Insomma, siamo stati presi di peso dai marciapiedi, allontanati dalle cattive compagnie e catapultati su un palco”.
Così nacque la passione. “Io crescevo, non ero più un bambino, apprendevo con avidità e la fiammella che ardeva in me a poco a poco si trasformava in sacro fuoco. Passione pura. Allora il teatro si faceva solo nelle parrocchie. E lì, nella chiesa delle Salette, c’era una compagnia di personaggi che un giorno sarebbero diventati famosi come Ignazio Pappalardo, i Fratelli Castorina, Gino Consoli, Ciccino Sineri e tanti altri. Posso dire che fui preso per i capelli e salvato dalle insidie della strada. L’oratorio era una grande palestra di vita e i preti facevano di tutto per inculcarci il seme della cultura come il teatro o la musica. Erano i prodromi di ciò che sarebbe stata la mia vita futura”.
Poi l’evoluzione. “In un quartiere vicino, gli Angeli Custodi, abitava il grande attore e comico Gilberto Idonea, il quale veniva spesso a La Salette. Eravamo poco più che adolescenti ma la nostra formazione era già quasi completa grazie a un gruppo di universitari che ci facevano da mentori. Il tempo scorreva. E, mentre ero militare, Gilberto, insieme con Saro Acquaviva aprì il teatro delle Arti alla Civita. Erano gli inizi degli anni ‘80 e il teatro stava cambiando pelle. Dal quasi, come dire, ecclesiale si trasformava in laico ed era tutto un proliferare di registi”. E lui, sempre attore. “Inizialmente sì. Ero il cosiddetto attor giovane. Ma gli anni passano per tutti e non era il caso che facessi sempre il ragazzino. E così smisi”.
Il teatro popolare di Tino Pasqualino
Tanti i cavalli di battaglia di Tino Pasqualino. “Su tutti, il contadino Pispisa in Gatta ci cova, commedia scritta da Antonino Russo Giusti dai toni alti e dal finale comico che prende spunto dal vecchio melodramma al quale gran parte degli autori moderni hanno fatto riferimento per la realizzazione delle loro opere”. Natura, vita campestre ed esaltazione dei buoni sentimenti. Ecco che le sue peculiarità tornano prepotenti. “Sempre il mio animo semplice e sensibile”.
Elementi che ha portato anche nel suo lavoro da regista. “Poi il teatro delle Arti chiuse e io, grazie all’esperienza acquisita, mi dedicai alla regia alla formazione di una compagnia con l’aiuto dei ragazzi del quartiere: Gruppo d’Arte Sicilia Teatro. Nell’87 la prima stagione di prosa. Da allora ci esibimmo in quasi tutti i piccoli teatri. Da 11 anni siamo all’Ambasciatori, a mio avviso il migliore teatro di prosa che c’è a Catania. Il mio mood – per usare un termine che va di moda oggi – è il teatro dialettale, non disdegnando il teatro in lingua. Presupposto essenziale? Avere gli attori giusti”.
Le ultime dichiarazioni prima della scomparsa
E Tino Pasqualino come si definisce? “Bah. Una sorta di factotum, un po’ presidente, un po’ direttore, un po’ regista. Insomma levo e metto differenti casacche”, aveva detto a pochi giorni dalla sua scomparsa. “E non mi lamento – aveva aggiunto – perché, ciò che ha caratterizzato negli anni il mio teatro è stato il coinvolgimento di registi sempre di un certo calibro come Roberto Laganà, Romano Bernardi, Nando Greco, Salvo Porto, Gianni Scuto, Elio Gimbo e Turi Giordano, tanto per citarne alcuni. Restiamo una compagnia amatoriale, è vero, ma mi permetto di dire, con un pizzico di professionismo. Siamo arrivati alla trentaseiesima stagione e con forza e caparbietà andiamo avanti orgogliosamente senza alcun contributo. Grazie a Dio ho un pubblico che mi permette di equilibrare uscite e entrate. Un pubblico popolare, sì, ma abituato al teatro”.
Il sipario sul teatro di Tino Pasqualino si è chiuso prematuramente, ma il suo spirito creativo continuerà a vivere attraverso chi raccoglierà la sua eredità e porterà avanti la sua opera.




















