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Orazio Labbate, il pioniere del genere gotico che sovverte l’immagine della Sicilia

Orazio Labbate, scrittore di Butera, descrive nell'intervista il suo stile narrativo, i temi affrontati ed anticipa qualche novità

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Orazio Labbate, riconosciuto come il fondatore del gotico siciliano, ha rivoluzionato la narrativa isolana, superando la sua tradizionale immagine solare e folcloristica. Nei suoi romanzi, la Sicilia non è una luminosa cartolina, ma un territorio di radicali contrasti. Qui l’aridità della terra e la desolazione delle campagne si fanno specchio dell’animo umano, un luogo che è al contempo carne e spirito, deserto e mare, memoria e oscurità.

Il paesaggio siciliano come matrice del gotico

“La mia terra è l’immaginario delle mie storie — spiega l’autore —. Sono cresciuto nella provincia di Caltanissetta e in particolare tra Butera e Gela; se non vi fosse stata quel deserto nei miei territori, quella solitudine quasi orrorifica, arida e brulla e quel contrasto tra il Mediterraneo più caldo e il petrolchimico di Gela, non avrei potuto costruire pienamente quella sorta di territorio liminale che vuole portare avanti la mia narrativa dai tempi del mio vecchio romanzo Lo Scuru. Se non ci fosse la Sicilia non ci sarebbe alcun tipo di scrittura da parte mia e in particolar modo la Sicilia delle mie zone”.

Alla domanda se il binomio tra America e Italia presente nel romanzo Lo Scuru avrebbe potuto funzionare anche con un’altra regione, l’autore risponde senza esitazioni: “Impossibile, non credo che in Italia ci siano regioni come la Sicilia per poter creare qualcosa di epico. L’epica nella modernità o nella sua fattezza underground è esportabile e quindi facilmente collocabile in un dialogo duale con l’America. Tutto questo però non lo può avere un’altra regione, lo può avere solo un’isola mondo come la Sicilia. Non è possibile fare una stessa cosa con l’America dalla Lombardia, dal Veneto”.

Tra letteratura e poesia: una lingua viva ed evocativa

Labbate definisce la sua voce tra il letterario e il poetico, una scrittura che cerca di rinnovare la lingua dei grandi maestri siciliani come Consolo e D’Arrigo. Nei romanzi di Labbate la lingua stessa sembra farsi siciliana, anche quando resta italiana. È una fusione che nasce da un lavoro profondo sulla parola: da un lato lo studio dei grandi scrittori della tradizione letteraria, dall’altro il dialogo continuo con la filosofia, la gnosi e la religione, che confluiscono nella sua scrittura.

A tutto questo si aggiunge l’istinto, quella parte irrazionale e viva che, come spiega l’autore, “unisce la spontaneità di ciò che sento con lo studio della lingua, dal punto di vista sintattico, stilistico e oggettivo”. È forse l’inizio di un nuovo fermento letterario? “Il weird, lo strano, l’orrorifico stiano finalmente trovando maggiore ascolto e accoglienza, anche all’interno delle case editrici, in particolare quelle più attente alla narrativa straniera”.

I progetti futuri di Orazio Labbate

Orazio Labbate anticipa con entusiasmo la prossima uscita del suo nuovo romanzo in pubblicazione a gennaio. L’autore lo definisce un testo “non di maturità, ma di spinta”, in continuità con la propria poetica dell’oscuro, e insieme un passo avanti nella ricerca di una mitologia personale e spirituale.

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L’autore parla di una “mitologia underground”, capace di trasfigurare il vissuto, i luoghi dell’infanzia, la figura dei genitori, in un linguaggio visionario e insieme profondamente umano. Non si tratta di un diario, precisa, ma di una narrazione stratificata di simboli, dove il lettore è chiamato a riconoscersi, a riflettere sul proprio legame con le origini, con l’eredità familiare e con il mistero che accompagna ogni storia personale.

Un romanzo, dunque, che rinnova la dimensione autobiografica attraverso l’immaginario del mito, e che promette di confermare, e insieme ampliare, la cifra letteraria unica di Orazio Labbate.

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