Davide La Cara
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Giornalista formatosi tra Palermo, Roma e Milano, ha collaborato con diverse testate nazionali e siciliane, trattando temi che spaziano dalla politica al cinema, dall'attualità alla musica. Autore e conduttore radiofonico, ha sviluppato progetti editoriali e radiofonici, raccontando il mondo con uno sguardo critico e innovativo.

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Dazi Usa: la Sicilia corre a due velocità, resistono le eccellenze

Secondo i dati riportati da Il Sole 24 Ore, le esportazioni siciliane verso gli Stati Uniti segnano un forte calo nel 2025. Ma dietro il -28,9% si nasconde una realtà più articolata, fatta di crisi industriali e sorprendenti segnali di crescita.

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La domanda è semplice quanto preoccupante: i dazi americani penalizzano la Sicilia? La risposta è complessa e deve tener conto di fattori territoriali e di mercato. L’export della Sicilia verso gli Stati Uniti registra un tonfo del 28,9% nei primi nove mesi del 2025. I dati, elaborati dall’Ufficio Studi Cgia su base Istat e riportati da Il Sole 24 Ore, sembrano a prima vista confermare l’impatto negativo dei dazi americani. Ma un’analisi più attenta rivela una regione spaccata in due, dove il dato complessivo nasconde dinamiche territoriali e settoriali molto diverse.

Siracusa trascina giù il dato regionale

Il crollo dell’export siciliano verso gli Usa è infatti quasi interamente attribuibile a Siracusa, che registra una flessione drammatica di meno 88,5%, passando da 365 milioni di euro a poco più di 42 milioni. Un tracollo che pesa enormemente sul totale regionale e che riguarda in larga parte il comparto petrolifero e della raffinazione, settori strutturalmente fragili, esposti alle oscillazioni dei mercati internazionali e alle strategie energetiche globali, più che ai dazi in senso stretto.

Il peso eccessivo del petrolio

Il dato di Siracusa va inserito in un quadro più ampio. Nel 2024 l’export complessivo della Sicilia si attestava attorno ai 10 miliardi di euro, di cui quasi 4,7 miliardi – poco meno della metà – legati ai prodotti petroliferi. Nei primi nove mesi del 2025 proprio questo comparto registra una flessione del 2,6%, pari a circa 260 milioni di euro in meno. Oltre la metà della perdita complessiva dell’export regionale è dunque riconducibile al petrolio.

Questa forte concentrazione continua a condizionare la lettura dei dati e mette in luce una fragilità strutturale: la dipendenza da pochi comparti industriali ad alta intensità di capitale e con scarsa capacità di adattamento, a fronte di una manifattura e di un’agroindustria ancora troppo poco diversificate.

Un’altra Sicilia emerge

Se si esclude Siracusa, lo scenario cambia radicalmente. Diverse province siciliane mostrano segnali di crescita proprio sul mercato americano, nonostante l’introduzione delle tariffe doganali. Il caso più eclatante è Enna, dove l’export verso gli Stati Uniti cresce del 582,4%, passando da 1,3 a 9 milioni di euro. Numeri contenuti in valore assoluto, ma altamente simbolici, perché trainati dall’agroalimentare di qualità: miele, formaggi, conserve e prodotti tipici ad alto valore aggiunto. Bene anche Messina, che segna un +63% raggiungendo i 122,5 milioni di euro, e Caltanissetta, che cresce del 58,6%.

Questi dati raccontano una verità spesso sottovalutata: quando il prodotto è riconoscibile, di qualità e fortemente legato al territorio, il consumatore americano continua a sceglierlo anche se costa di più. In questi casi, l’impatto dei dazi viene assorbito dalla forza del brand e dalla percezione di eccellenza, dimostrando che il valore aggiunto può contare più delle barriere commerciali.

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Industria in affanno ma territori in crescita

Allargando lo sguardo all’export siciliano verso il resto del mondo, il quadro resta complesso ma meno negativo. La flessione complessiva si attesta attorno al 5,5%, ancora una volta appesantita dal calo dei poli industriali. In controtendenza spicca Palermo, che registra una crescita mondiale del 160,6%, passando da 301 a 784 milioni di euro. Catania cresce del 10,3%, mentre Trapani segna un +15,8%.

Numeri che aiutano a chiarire una distinzione netta: la Sicilia industriale soffre, mentre la Sicilia dei prodotti identitari regge.

Diversificare per competere

I dazi Usa rappresentano senza dubbio una sfida, ma non una condanna. La Sicilia continua a pagare la fragilità dei suoi comparti industriali e la dipendenza dal petrolio, ma dimostra anche che qualità, tipicità e valore aggiunto sono le vere armi per restare competitivi sui mercati internazionali. La lezione che emerge dai dati, come evidenziato anche da Il Sole 24 Ore, è chiara: non tutto l’export reagisce allo stesso modo alle barriere commerciali. E il futuro dell’economia siciliana passa inevitabilmente dalla diversificazione e dalla valorizzazione delle sue eccellenze.

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