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Il capolavoro ritrovato: bellezza e mistero di un dipinto rinascimentale allo Steri

Dimenticato per secoli nelle sale del Complesso monumentale dello Steri, il dipinto torna a splendere dopo un lungo e accurato restauro condotto dall’Università di Palermo

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Bellezza e mistero. Binomio spesso racchiuso nelle antiche opere d’arte. In questo caso un dipinto rinascimentale che per secoli ha abitato nascosto nelle sale del Complesso monumentale dello Steri, sede del rettorato dell’Università di Palermo: in silenzio, dimenticato, in attesa di tornare a splendere. Momento finalmente arrivato, dopo quasi quattro anni di meticoloso restauro portato avanti e concluso interamente ‘in casa’, ossia nei laboratori del Dipartimento di Chimica e Fisica, che ingloba il corso di laurea in Conservazione e Restauro dei Beni culturali.

Un’opera rimasta nell’ombra per secoli

Databile alla fine del XVI secolo. la tela raffigura la Vergine nell’atto di adorare il bambino, mentre San Giovanni Battista Infante assiste alla scena. Un’immagine dove la sacralità si intreccia all’intima dolcezza di una mamma rivolta al proprio bambino.

Non un quadro originale, va precisato, ma una riproduzione rarissima di un capolavoro perduto e mai più ritrovato: la Madonna del Velo di Raffaello. Nel mondo esistono solo 15 copie di questo olio su tavola realizzato dal genio di Urbino durante il suo periodo romano, probabilmente tra il 1511 e il 1512. Una tela che raffigura la Vergine nell’atto di adorare il Bambino, con, al fianco, San Giovanni infante che assiste alla scena. Sacralità e dolcezza materna intrecciate in un equilibrio compositivo tipicamente raffaellesco, che narra però una storia indipendente, caratterizzata da luoghi e da misteri diversi.

Il capolavoro ritrovato: bellezza e mistero di un dipinto rinascimentale allo Steri - Be Sicily Mag - Madonna del Velo ph Antonio Schembri

L’origine del quadro

Su chi fosse questo committente, nulla ancora si sa. Si ipotizza che proprio il quadro originale della Madonna del Velo originale sia stato il prototipo sul quale Raffaello lavorò per dipingere la “Madonna del diadema blu“, altro suo capolavoro esposto al museo del Louvre a Parigi. E non manca anche chi oggi dubita della sua stessa esistenza, sebbene un cartone preparatorio, esposto a Firenze nell’Ottocento e poi scomparso, ne attesti la veridicità.

Quesito di base è se questa preziosa copia sia davvero riconducibile al pennello di un artista di scuola raffaellita operativo proprio a Palermo negli anni successivi alla produzione del suo originale. Una prova fisico-chimica c’è: “l’utilizzo dello smaltino, uno tra i pigmenti più adoperati da Raffaello e dai suoi seguaci” spiega la dottoressa Giuditta Ermio, che al dipinto ritrovato ha dedicato la sua recente tesi di laurea.

La rinascita di un patrimonio culturale ritrovato

“Questo restauro conferma il ruolo di Unipa come luogo di tutela, ricerca e valorizzazione del patrimonio culturale. Un’operazione di grande comunicazione che vuole generare conoscenza e condividerla con la comunità – ha commentato Massimo Midiri, rettore dell’ateneo di Palermo -. Questo dipinto raffaellita è a tutti gli effetti uno dei tasselli più importanti della collezione artistica della nostra università. L’operazione del suo restauro è funzionale all’intento di rendere il patrimonio universitario un luogo di cultura sempre più trasparente e capace di coinvolgere e trattenere i nostri studenti” ha concluso Midiri.

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