Gino Morabito
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Communication manager, scrittore, giornalista, content editor. Quattro libri pubblicati, di cui un romanzo. Professionista della comunicazione e ufficio stampa di talent ed eventi di caratura nazionale, collabora con La Sicilia e col Quotidiano di Sicilia firmando le pagine di cultura e spettacolo

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Pablo Trincia racconta la malagiustizia: “È un tema che la Sicilia sente particolarmente”

Pablo Trincia porta al Teatro Golden di Palermo e al Teatro Metropolitan di Catania lo spettacolo “L'uomo sbagliato - Un'inchiesta dal vivo”

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Dalla cronaca più oscura alle vicende umane rimaste ai margini, scava, ascolta, ricostruisce. Dà voce a chi non l’ha mai avuta e restituisce profondità a complesse narrazioni spesso ridotte a titoli frettolosi. Pablo Trincia approda per la prima volta a teatro con “L’uomo sbagliato – Un’inchiesta dal vivo”, lo show narrativo firmato insieme a Debora Campanella, con il contributo di Martina Cataldo, basato su casi reali di malagiustizia e, in particolare, sulla storia del serial killer tunisino Ezzeddine Sebai, che nel 2006 ha confessato 14 omicidi nel Sud Italia negli anni ’90, rivelando che persone innocenti erano state condannate per alcuni di quei crimini.

Pablo Trincia in Sicilia con “L’uomo sbagliato – Un’inchiesta dal vivo”

Prodotto e distribuito da Gianluca Bonanno e Vincenzo Berti per Ventidieci, e Stefano Francioni produzioni con Isa Arrigoni Management, lo spettacolo andrà in scena il 5 febbraio al Golden di Palermo e il 6 febbraio al Metropolitan di Catania, organizzato e promosso da Agave Spettacoli di Andrea Randazzo. “La Sicilia è un’Isola che amo, ma non ricordo di esserci venuto per convention o per eventi, quindi – da questo punto di vista – è un pubblico che non conosco. Mi aspetto una platea molto calda, perché la mala giustizia è un argomento che la gente siciliana credo possa sentire particolarmente, entrando nel dolore del racconto”, ha ammesso Pablo Trincia a BE Sicily Mag.

Il racconto della malagiustizia

Spesso, nei casi di cronaca in cui alla fine la giustizia non rende alle vittime quello che si vorrebbe o ci si aspetterebbe, il racconto restituisce dignità, conoscenza, consapevolezza alla gente. “Questo è molto importante per gli invisibili, perché magari non si sentiranno ugualmente considerati dalla giustizia, ma saranno almeno visti”. Le vittime di Ezzeddine Sebai erano donne anziane, sole, del Sud Italia. “Ovviamente, una donna anziana del Sud e un serial killer tunisino fanno meno notizia. Però, poi, quando prendi questa storia e la rimetti insieme, tutto sta a come racconti gli eventi, a come li ricostruisci. Anche le storie mediaticamente poco appetibili, quando le inserisci all’interno di una narrazione avvincente, diventano racconti di cui la gente non ne ha mai abbastanza”.

Il rischio, tuttavia, è quello di trasformare l’orrore in spettacolo. “L’importante è avere sempre uno scopo quando si racconta. Ma non ti invito a teatro perché ti voglio narrare la storia dei peggiori serial killer, lì sarei morboso. Invece, Sebai o chiunque altro, sono semplicemente ingranaggi di un meccanismo malato, e tu fai denuncia. Accendi le luci su una vicenda, restando molto rispettoso delle vittime e delle loro storie, cercando di riportare un equilibrio”.

Pablo Trincia ha rivelato chi, a suo avviso, ha fallito di più tra la giustizia, l’informazione o l’indifferenza collettiva: “La giustizia, in assoluto. Perché aveva in mano tutti gli elementi per capire che si trattava di un serial killer. E i giornalisti se ne erano accorti prima dei magistrati, che forse c’era un’unica mano dietro quelle morti uguali, nella stessa zona geografica e nello stesso periodo. Qui la giustizia ha sbagliato totalmente, anche perché, quando poi ha capito di aver commesso un errore non è tornata sui suoi passi né ha voluto correggere gli sbagli, tirando fuori dal carcere persone che stanno ancora all’ergastolo”.

Il true crime è oggi un genere che va per la maggiore. L’idea che il pubblico possa essere attratto più dall’orrore che dalle responsabilità che emergono forse infastidisce. “Noi siamo fatti così: siamo un po’ voyeurs, curiosi, ma, alla fine, alla gente, interessano solo le storie”.

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Il giornalismo che cambia

Una narrazione efficace può incidere davvero sulla realtà o è piuttosto un modo raffinato per accettare l’ingiustizia? “Non credo che le cose cambino, perché poi alla fine nasciamo e moriamo, e tocca imparare tutto da capo. Non cambiano, però creano un equilibrio. Il male c’è sempre, e non parlo di serial killer: è l’ingiustizia, l’egoismo di chi giudica e non sta attento alle vite degli altri. Fa parte di noi. Ma esiste anche il racconto positivo. L’attivismo crea una sorta di bilanciamento che fa sì che non prevalga il sentimento negativo. Soprattutto, ci ricorda l’importanza dell’empatia, dei valori e che ci sono storie significative ancora da raccontare”.

Dopo podcast di enorme successo e progetti televisivi molto seguiti, che cosa cambia quando il giornalismo guarda lo spettatore negli occhi, sera dopo sera? “È una bella sfida. In realtà, è sì uno spettacolo, ma anche un crossover col documentario, col podcast. Per natura, sono uno che, dopo un po’, deve cambiare, sperimentare nuovi linguaggi, altre forme di narrazione. Il teatro era una di queste, che avevo lì nel cassetto”. Un luogo in cui si celebra il rito collettivo del ritrovarsi. “Mi piace la dimensione dell’ascolto collettivo, del vedere, del sentire la reazione delle persone. Perché quando fai il podcast, non lo sai se uno ride, si commuove, piange, resta colpito; invece, quando sei sul palco, lo senti, senti la sua reazione. È un altro modo di raccontare, un’altra frontiera del nostro lavoro”.

Diciamoci la verità, il giornalismo in tivù sta morendo. “Sta morendo quel tipo di giornalismo dove si trattano sempre gli stessi argomenti, con sempre meno spazio per l’approfondimento, per il racconto. Il podcast, invece, ci offre questi lunghissimi spazi di racconto, di interviste, di narrazione… e soprattutto il teatro, dove si va quando vogliamo scappare dal digitale e ritrovarci tutti insieme. Quello di cui mi sto accorgendo in questa tournée è proprio il silenzio che si taglia in due. Il pubblico sta lì e vuole sapere, vuole conoscere”.

L’idea di fondo, comunque, resta immutata: riempirci la testa di domande e il cuore di indignazione. “Quando vado in scena e mi ritrovo lì davanti a tutte quelle persone, in realtà, sono il primo spettatore e ascoltatore di me stesso. Mi piace l’incanto che si crea, quel silenzio e, soprattutto, portare alla ribalta temi importanti, di grande valore civile. Amo raccontarmi le storie e, a farlo a casa da solo, sembrerei un pazzo. A teatro, invece, è dare vita a un progetto di divulgazione, e poi creare un format, sperimentare. Chiaramente, mi guida un forte senso di giustizia e di indignazione. Ecco, l’incredulità, l’incazzatura, l’indignazione sono tutti benzina nel motore del racconto che porto sul palco”.

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