Il Novecento è stato per la Sicilia un secolo di profondi mutamenti sociali e culturali, animato da figure di grande rilievo come Leonardo Sciascia, Elio Vittorini, Gesualdo Bufalino, Salvatore Quasimodo e Renato Guttuso, che hanno contribuito a rinnovare il panorama artistico e intellettuale italiano. Accanto a loro, però, operarono altri autori e artisti di valore, spesso rimasti ai margini della notorietà. Tra questi, ce ne sono tre che meriterebbero di essere riscoperti: Raffaele Maria Stramondo, Giovanni Becchina e Benedetto Zangara.
Raffaele Maria Stramondo, artista e sacerdote
Il sacerdote artista: così può essere ricordato Raffaele Maria Stramondo. Nato il 15 gennaio 1919 in una modesta famiglia di Belpasso, in provincia di Catania, col nome di Mauro, già nella prima infanzia mostra un precoce talento artistico. Nel 1931, mentre frequenta il ginnasio presso il monastero delle suore Benedettine, conosce l’Abate dell’Abbazia di Cava de’ Tirreni Ildenfonso Rea. Quest’ultimo, colpito dal suo talento, lo invita a continuare i suoi studi presso il collegio della Badia di Cava. Così, all’età di soli dodici anni, si trasferisce nell’Abbazia cavese, dove maturerà la sua vocazione religiosa nell’ordine di San Benedetto.
Nel cammino umano e creativo di Raffaele Maria Stramondo, la dimensione religiosa rappresenta un riferimento costante che lo conduce a una produzione pittorica in gran parte dedicata al sacro, le cui opere arricchiscono oggi numerose chiese e cattedrali della Sicilia. Nel 1940, durante il noviziato, è impegnato nella decorazione della volta della Sala del Capitolo dell’abbazia e realizza, per il decennale dell’Abate, un ritratto ancora oggi esposto nel salone del collegio. L’anno successivo emette la professione religiosa e assume il nome con cui passerà alla storia.
Accanto alla vita monastica, l’artista coltiva con costanza la pittura, scrive novelle per ragazzi, compone canzoncine sacre e poesie e offre il proprio servizio come guida ai visitatori del monastero. La sua produzione, in prevalenza oli su tela, spazia dal sacro al mitologico, dell’epico al ritratto, e molte sue tele oggi appartengono a collezioni private, in Italia e all’estero.

Le opere
Le opere di Raffaele Maria Stramondo punteggiano numerosi luoghi di culto: nella Basilica Cattedrale della Badia di Cava de’ Tirreni progettò il prospetto del monumentale organo a canne e dipinse il lunotto dedicato a Sant’Alferio; nel monastero affrescò la volta della Sala del Capitolo e ritratti di abati e santi benedettini, disseminati in vari ambienti dell’abbazia.
A Catania, nell’Arcivescovado, si trovano suoi ritratti di vescovi; altre opere sono conservate nel monastero delle Benedettine di via dei Crociferi. A Belpasso, il suo paese natale, molte tele ornano edifici civili e chiese: dal “Patrocinio di San Constabile” alla grande tela dei “Genii” nel Comune, dalle opere dedicate a Santa Lucia ai dipinti della Chiesa Madre, tra cui l’Annunciazione e Gesù tra i dottori. Notevoli anche il quadro ovale di Santa Lucia, il Martirio di Sant’Agata, le tele con il profeta Elia e la Cena di Emmaus, fino al suggestivo Cristo alla flagellazione, custodito nella parrocchia Gesù Cristo Re.
La sua mano ha lasciato tracce anche altrove: a Nicolosi, presso il monastero benedettino del Beato Dusmet, illustrò un Evangeliario e realizzò altre tele; nelle chiese di Trecastagni, Mascalucia, Gravina, Zafferana Etnea e in molte altre della provincia di Catania sono presenti sue opere come anche a Messina e persino nella lontana Casal Velino Marina.
Giovanni Becchina, l’artista migrante
Gianbecchina, nome d’arte di Giovanni Becchina, nasce invece a Sambuca di Sicilia il 2 agosto 1909. Riceve i primi rudimenti di tecnica pittorica da un decoratore che lo assume come garzone per dipingere le volte delle case patrizie di Sambuca di Sicilia. Dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti di Palermo, negli anni trenta si unisce al gruppo di artisti d’avanguardia con Renato Guttuso, Giovanni Barbera, Lia Pasqualino Noto e Nino Franchina, condividendone le idee anticonformiste.
Per comprendere l’evoluzione artistica di Gianbecchina è necessario partire dal ruolo centrale che assumono, nella sua formazione, il viaggio, la distanza e il concetto stesso di luogo. Sono elementi decisivi tanto per la sua vicenda personale quanto per la sua maturazione intellettuale. A partire dal 1938, infatti, l’artista avverte la necessità di creare una distanza fisica e simbolica dalla Sicilia, scegliendo di trascorrere lunghi periodi tra Roma e Milano. Lontano dall’Isola, immerso in un contesto culturale più ampio e dinamico, elabora una nuova percezione del “luogo d’origine”.
L’allontanamento diventa uno strumento per ripensare e riscoprire la Sicilia con uno sguardo più consapevole. I suoi soggiorni nelle grandi città, inserite nei fermenti dell’avanguardia, e la frequentazione di gruppi e movimenti culturali gli permettono di confrontarsi con nuovi linguaggi e di aprirsi alla sperimentazione artistica. Sono esperienze condivise anche da altri protagonisti dell’arte italiana del Novecento.

L’attività
Tante le attività da artista giramondo. Nel 1938 Giovanni Becchina espose alla XXI Biennale d’Arte Contemporanea di Venezia. Sempre in questi anni a Milano, conobbe Beniamino Joppolo; punto di riferimento di molti artisti “emigrati” siciliani come Birolli, Migneco, Quasimodo, Raffaele De Grada, Arnaldo Badodi, gli artisti che diedero vita a “Corrente”, e collabora come illustratore alle strisce de “Le avventure del Signor Bonaventura” per “Il Corriere dei Piccoli”. Nel 1954 partecipa con “La zolfara” alla Biennale di Venezia e vince il premio Bevilacqua-La Masa.
Negli anni a seguire, mostre ed esposizioni in tutta Italia ed all’estero. I grandi eventi di Gianbecchina si susseguono in un crescendo che lo porterà ad importanti riconoscimenti pubblici. All’intensa attività pittorica affianca un’importante produzione di grafica d’arte, incisioni, acqueforti, litografie, serigrafie. Memorabili sono quelle dedicate al “Ciclo del pane“, una serie di serigrafie, che si rifacevano alle grandi tele, stampate a Palermo da Patrizio De Lollis. Le sue opere si trovano presso gallerie e collezioni pubbliche e private.
Nel 2003 è stato costruito dalla famiglia, in onore dell’artista, l’Archivio Gianbecchina, con lo scopo di salvaguardare, organizzare e promuovere l’attività pittorica del Maestro Gianbecchina.
Benedetto Zangara, tra pittura e restauro
Figlio di Pietro e Stella Moavero e secondo di tre figli, anche Benedetto Zangara mostra fin da giovane una forte passione per l’arte, che lo porta a frequentare il Liceo Artistico e l’Accademia di Belle Arti, allora diretta da Ernesto Basile, dove ha come maestri Campini, Camarda e De Maria. Dal 1944 al 1962 insegna presso l’Istituto d’arte, ricoprendo anche il ruolo di maestro tecnico di pittura e bibliotecario. Il 28 dicembre 1942 sposa Maria Notarbartolo di Sciara, dalla quale avrà sei figli. Si dedica alla libera professione di pittore, prediligendo il ritratto e la natura morta, settori in cui manifesta particolare attenzione al disegno, alla luce e alla limpidezza del colore. Realizza anche opere in mosaico.
A partire dal 1939 partecipa a numerose mostre personali e collettive, ottenendo riconoscimenti e consensi sia in Italia sia all’estero: sue opere sono presenti in Francia, Inghilterra, Stati Uniti e Svezia. Dal 1962 al 1984 affianca all’attività artistica quella di restauratore di ceramiche e dipinti, collaborando con quasi tutti gli antiquari siciliani e palermitani. Tra i suoi restauri più importanti figurano le tele e le pale d’altare della chiesa di S. Agostino e i ritratti di celebri personaggi siciliani conservati nella Biblioteca Comunale.

Zangara coltiva anche l’attività letteraria come passione personale. Negli ultimi dieci anni di vita, una grave forma di artrosi gli impedisce di proseguire nel lavoro artistico. Muore e viene sepolto nel cimitero di S. Maria di Gesù a Palermo. Un’ampia raccolta di immagini delle sue opere e recensioni è oggi conservata presso l’Archivio Biografico di Palermo, curata dai figli.




















