Il 2 febbraio, Giornata mondiale delle zone umide, arriva con un anniversario che pesa: sono passati 50 anni da quando l’Italia ha ratificato la Convenzione di Ramsar (aprile 1976), l’accordo internazionale che tutela paludi, lagune, torbiere, laghi e “tutti quei luoghi dove l’acqua fa da regista” alla biodiversità. E se l’immaginario collettivo continua a pensare alle zone umide come a spazi marginali, il report Legambiente “Ecosistemi acquatici 2026. Insieme per le zone umide” ricorda l’opposto: sono tra gli ecosistemi più preziosi, ma anche tra i più vulnerabili.
In questo quadro, la Sicilia ha un ruolo che può crescere: oggi conta 3 siti Ramsar, ma il report segnala tre nuovi siti in fase di istituzione, un passaggio che porterebbe il totale nazionale a 66.
L’Italia nella top europea: 63 siti Ramsar e 81 mila ettari tutelati
A livello europeo, l’Italia si piazza quarta per numero di zone umide di importanza internazionale: 63 siti Ramsar, distribuiti in 15 regioni, per una superficie complessiva di 81.091 ettari. Un dato che mette il Paese in una posizione di rilievo, a pari merito con la Norvegia.
La classifica, citata nel report, aiuta a capire il contesto: il Regno Unito guida con 176 siti, seguito da Spagna (76) e Svezia (68). L’Italia, quindi, non è in coda: è tra i Paesi che hanno già una rete ampia di aree riconosciute a livello internazionale. Il punto, oggi, è farle “funzionare” davvero contro pressioni e degrado.
Perché contano: biodiversità, clima, servizi ecosistemici
Le zone umide non sono solo cartoline naturali. Sono infrastrutture ecologiche che svolgono funzioni cruciali: conservano biodiversità, contribuiscono allo stoccaggio del carbonio, aiutano nella mitigazione e nell’adattamento climatico, e garantiscono servizi essenziali (dalla regolazione dell’acqua agli equilibri di interi habitat).
Il quadro globale è ancora più netto: la Convenzione di Ramsar conta 172 Paesi aderenti, con circa 2.471 zone umide riconosciute nel mondo e oltre 255 milioni di ettari coinvolti. E c’è un numero che fa riflettere: circa il 40% delle specie vegetali e animali mondiali dipende direttamente o indirettamente dalle zone umide; inoltre il 25% delle specie legate alle zone umide è a rischio estinzione. Se le zone umide si impoveriscono, non perdiamo “solo” dei luoghi: perdiamo pezzi di catene vitali.
Il paradosso italiano: ecosistemi ricchissimi, ma sotto pressione
In Italia la fragilità è legata soprattutto alle pressioni più note (e più quotidiane): urbanizzazione, cementificazione, agricoltura intensiva e crisi climatica. E c’è anche un tema strutturale che emerge dal report: una quota di queste aree resta esposta proprio perché non sempre esiste una rete di tutela “a prova di futuro”.
Secondo i dati citati, il 6% delle zone umide italiane (PMWI) non è protetto da aree naturali protette o dalla rete Natura 2000: significa che, in assenza di una cornice forte, il rischio di trasformazioni d’uso e degrado cresce. A questo si aggiunge un fattore che sembra tecnico, ma incide sulla realtà: la burocrazia. La media indicata è di 14 anni tra designazione nazionale e riconoscimento internazionale Ramsar. In un’epoca in cui i cambiamenti climatici accelerano, quattordici anni sono un’eternità.
Sicilia: 3 siti oggi, 3 in arrivo (e un’occasione da non sprecare)
Nella classifica regionale per numero di siti Ramsar, la Sicilia è attualmente a quota 3, al pari di regioni come Puglia e Friuli-Venezia Giulia (3). Davanti ci sono regioni più “densamente” riconosciute come Toscana (11), Emilia-Romagna (10) e Sardegna (9). Ma il dato più interessante, per l’isola, è quello prospettico: tre nuovi siti in fase di istituzione. Se questo percorso si chiude, la Sicilia entra in una fase diversa: non più presenza “di rappresentanza”, ma tassello decisivo in una rete nazionale che si sta allargando.
E qui torna il tema della Giornata mondiale 2026, con lo slogan: “Zone umide e sapori tradizionali. Celebrare il patrimonio culturale”. Per una terra come la Sicilia, dove l’identità passa da paesaggio, comunità e cucina, l’idea è potente: la tutela non è un vincolo, ma un investimento su turismo sostenibile, tradizioni locali e qualità dei territori.
Le richieste di Legambiente: più tutele, meno illegalità, governance più chiara
Nel report, Legambiente lancia un appello al Governo con richieste precise: aumentare le aree protette, rafforzare la tutela normativa delle zone umide, gestire in modo unitario il capitale naturale e ridurre l’inquinamento. Ma c’è anche un pacchetto di azioni che parla di “vita reale”: contrasto a illegalità e specie aliene, migliore pianificazione multilivello, piani di adattamento e mitigazione climatica, e coinvolgimento attivo di cittadini e comunità locali. Nel mezzo, l’applicazione della Restoration Law, indicata come una leva da non rimandare.
Tra visite guidate e birdwatching: 60 eventi in 16 regioni
A cavallo tra fine gennaio e inizio febbraio 2026 sono previsti circa 60 eventi in 16 regioni, tra visite guidate, birdwatching, passeggiate naturalistiche ed educazione ambientale, con oltre 40 realtà coinvolte tra associazioni e amministrazioni. È un segnale importante perché sposta le zone umide fuori dai documenti e dentro le abitudini: se un luogo diventa frequentato, raccontato, conosciuto, diventa anche più difficile da trascurare.
Un dato globale che non lascia scuse: perso il 22% delle zone umide nel mondo
Il report chiude con un numero che cambia prospettiva: secondo il Global Wetland Outlook 2025, è scomparso il 22% dell’estensione mondiale delle zone umide, oltre 400 milioni di ettari. Tradotto: ciò che perdiamo non torna facilmente indietro. E se la Sicilia sta per aggiungere tre nuovi siti Ramsar, non è solo una notizia “ambientale”: è una partita culturale, economica e di futuro.




















