Domani si celebra la Giornata internazionale della donna, e come ogni anno il rischio è sempre lo stesso: trasformare il tema della parità di genere in una ricorrenza da slogan. In realtà, i numeri raccontano una storia più complessa e molto più interessante. L’Italia, negli ultimi anni, ha fatto registrare progressi reali su più fronti, ma continua a muoversi con una lentezza che pesa, soprattutto quando si guarda al lavoro, ai salari, al tempo dedicato alla cura e alla presenza femminile nei luoghi dove si decide. È un Paese che avanza, sì, ma con il freno ancora tirato.
L’Italia migliora, ma resta sotto la media europea
Il quadro che emerge dalle ricerche più aggiornate è quello di un miglioramento strutturale ma ancora incompleto. Il segnale più evidente arriva dall’Indice sull’uguaglianza di genere dell’EIGE, l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere. Nel 2024 l’Italia ha ottenuto 69,2 punti su 100, piazzandosi al 14° posto nell’Unione europea, sotto la media UE di 71.
È un dato che, preso da solo, non entusiasma. Ma racconta anche altro: dal 2010 il nostro Paese è tra quelli che hanno recuperato di più terreno, segno che rispetto a una posizione storicamente debole qualcosa si è davvero mosso. Il problema è che recuperare non significa ancora raggiungere. In altre parole: l’Italia migliora, ma parte da lontano e resta indietro rispetto ai Paesi europei più avanzati.
Il lavoro resta il nodo più fragile
Dove si vede con più chiarezza questo ritardo è nel lavoro. L’occupazione femminile in Italia resta tra le più basse d’Europa. Non è soltanto una questione di quante donne lavorano, ma anche di come lavorano: più part-time, più precarietà, più carriere spezzate, più concentrazione nei settori meno remunerati.
Il lavoro femminile in Italia continua troppo spesso a essere condizionato dalla maternità, dai carichi familiari e dalla scarsità di servizi che permettano una vera conciliazione tra vita e professione. È uno dei punti più critici, e anche uno dei più rivelatori: perché la parità non si misura solo con i diritti scritti nelle leggi, ma con la possibilità concreta di restare nel mercato del lavoro senza dover pagare un prezzo personale sproporzionato.
Il divario salariale è meno visibile, ma ancora presente
Poi c’è il tema dei salari, che spesso viene raccontato in modo troppo semplificato. Si dice spesso che in Italia il gender pay gap sia più basso che altrove, e formalmente è vero. Ma questa cifra, da sola, rischia di essere ingannevole. Perché la media nasconde squilibri molto più profondi, soprattutto nelle posizioni più alte.
Significa che il gap non scompare affatto: semplicemente si concentra di più nei ruoli di responsabilità, nelle carriere che contano di più in termini economici e di potere. Ed è qui che la questione salariale smette di essere solo economica e diventa culturale e strutturale.
Il tempo della cura pesa ancora soprattutto sulle donne
Un altro nodo decisivo è quello del tempo. In Italia il lavoro di cura continua a gravare in misura molto maggiore sulle donne. Figli, anziani, casa, organizzazione quotidiana: una parte enorme della vita sociale si regge ancora su un equilibrio invisibile, e quel peso ricade soprattutto sul lavoro non retribuito femminile.
È qui che la parità mostra uno dei suoi volti più concreti: non solo stipendi e carriere, ma ore, energie, rinunce. Se una donna ha meno tempo disponibile, avrà anche meno occasioni per formarsi, crescere professionalmente, esporsi pubblicamente e accedere a ruoli decisionali. È un circolo che si autoalimenta, e che rende evidente come la parità non sia un tema “di donne”, ma una questione che riguarda l’organizzazione stessa della società.
Più donne nei luoghi decisionali, ma la rappresentanza non è ancora piena
Eppure non mancano i segnali di cambiamento. Proprio il dominio del “potere” è quello in cui l’Italia è cresciuta di più negli ultimi anni. La presenza femminile nei consigli di amministrazione, nelle istituzioni e in alcuni luoghi decisionali è aumentata, anche grazie a norme e meccanismi di riequilibrio che hanno costretto il sistema a correggere almeno in parte la propria storica chiusura.
Ma anche qui il dato va letto con cautela: la crescita c’è, ma non basta ancora per parlare di piena rappresentanza. La distanza tra avanzamento simbolico e trasformazione reale resta ampia, soprattutto nel settore privato e nei livelli più alti del potere economico. Le donne entrano di più, sì, ma non ancora abbastanza e non ovunque allo stesso modo.
Senza sicurezza non può esistere vera parità
C’è poi un aspetto che rende impossibile qualsiasi lettura troppo ottimistica: la violenza di genere. È un dato enorme, che ci ricorda una verità spesso rimossa: non esiste piena emancipazione in un contesto in cui così tante donne continuano a vivere esperienze di abuso, controllo, paura o ricatto, anche psicologico ed economico.
La parità non è infatti solo una questione di accesso a opportunità, ma anche di sicurezza, libertà e autodeterminazione. Finché questo terreno resterà così fragile, ogni progresso rischierà di essere parziale.
Le istituzioni si muovono, ma non alla velocità necessaria
Le istituzioni, nel frattempo, hanno iniziato a muoversi in modo più sistematico. Piani per l’uguaglianza di genere, maggiore attenzione ai dati disaggregati, misure contro la violenza, richieste di valutazione dell’impatto di genere nelle politiche pubbliche: tutto questo indica che il tema non è più marginale come un tempo.
Eppure i miglioramenti, per quanto reali, non stanno ancora correndo alla velocità necessaria. Il rischio è che la parità venga riconosciuta come principio, ma rinviata continuamente nella pratica.
L’8 marzo può essere un’occasione per guardare la realtà
Forse è proprio questo il punto da cui partire alla vigilia dell’8 marzo. L’Italia non è ferma, ma non è nemmeno arrivata. Ha smesso, in parte, di considerare la parità di genere come un tema secondario o settoriale, ma deve ancora dimostrare di volerla trattare come una priorità economica, sociale e democratica.
Perché un Paese in cui le donne lavorano meno, guadagnano meno, si occupano di più della cura familiare e restano più esposte alla violenza non è solo un Paese ingiusto: è anche un Paese che spreca talento, energie e futuro. E allora forse la domanda giusta, domani, non sarà quanto abbiamo fatto per le donne, ma quanto siamo ancora disposti a rimandare ciò che dovrebbe essere normale da tempo.
Fonti
EIGE – Italy, Gender Equality Index 2024 factsheet
https://eige.europa.eu/modules/custom/eige_gei/app/content/downloads/factsheets/IT_2024_factsheet.pdf
EIGE – Pagina Italia, Gender Equality Index
https://eige.europa.eu/gender-equality-index/IT
Eurostat – Gender statistics
https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Gender_statistics
Eurostat – Women at work: a snapshot of EU’s gender employment gap
https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/w/edn-20260303-1
Istat – La struttura delle retribuzioni in Italia – Anno 2022
https://www.istat.it/comunicato-stampa/la-struttura-delle-retribuzioni-in-italia-anno-2022/
Istat – Report PDF: Struttura delle retribuzioni 2022
https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/01/REPORT_STRUTTURA_RETRIBUZIONI_2022.pdf
Istat – La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia – Primi risultati anno 2025
https://www.istat.it/comunicato-stampa/la-violenza-contro-le-donne-dentro-e-fuori-la-famiglia-primi-risultati-anno-2025/
Istat – Focus: Violenza sulle donne
https://www.istat.it/statistiche-per-temi/focus/violenza-sulle-donne/






















