“La parola scritta ha più tempo. È importante che non sia sciupata”. Si può riassumere in questa frase il senso della serata di ieri all’oratorio di Santa Cita nel capoluogo siciliano, durante la presentazione di Palermo di chitarra e coltello di Giuseppe Sottile. Un romanzo che è un viaggio alla riscoperta di una Sicilia che non c’è più e che, grazie alla scrittura, continua a camminare accanto a noi.
Attorno all’autore, sul palco, c’erano Pietrangelo Buttafuoco, Peppino Cerasa e l’onorevole Giorgio Mulè, oltre al figlio di Giuseppe, Salvo Sottile. Ognuno ha portato un frammento di memoria, un pezzo di quella Palermo “di granato e d’argento” che Sottile racconta con la precisione del cronista e la grazia dello scrittore.
La Sicilia che resiste nel linguaggio
Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, ha definito il libro “ben più che giornalismo, perché Sottile compie un gesto raro: nel caos della realtà trova la verità, e la trasforma in letteratura. Il suo linguaggio – ha detto – è una resistenza alla stagnazione della Sicilia”, un modo per attraversare un mondo che rischiava di scomparire senza lasciare traccia.
È la Sicilia delle “pance piene di pititto“, delle vite fatte di niente, dei personaggi, che abitano i vicoli e le campagne, che sembrano usciti da un teatro popolare. Uno su tutti la gelsominaia Natina. Figure che Sottile salva dall’oblio con la cura di chi sa che la memoria più che un esercizio nostalgico è un atto di responsabilità.
Salvo presenta Giuseppe Sottile: di padre in figlio
“Loro erano abituati a scrivere, a coltivare la parola, perché erano cronisti di nera. Io ho dovuto fare un mestiere in cui devi avere subito la parola pronta, devi sapere subito cosa dire e spesso andare all’impronta, senza avere nulla di scritto. Però quello che ho imparato da lui è che scrivere, così come pensare, è sempre una grande fatica”.
Salvo Sottile ha parlato del libro come di “un testimone che ricevo da mio padre”. Dentro quelle pagine ha ritrovato le storie ascoltate da bambino, le frasi che tornano come ritornelli familiari, il sacrificio del nonno che costruiva selle per i muli e che voleva per il figlio una vita diversa.
Il romanzo diventa così un gesto di restituzione, un modo per ricordare – anche con una punta d’orgoglio e mai con vergogna – da dove si viene, per non perdere il filo di un’eredità fatta di povertà, dignità e ostinazione. E per raccontare come, in una Sicilia che offriva solo la “cultura della zappa”, la vocazione – anche quella fasulla del seminario – potesse diventare un varco verso un futuro diverso.

La Palermo dei coltelli e dei silenzi
La Palermo che emerge dal romanzo, edito da Einaudi, è quella dei coltelli, della mafia vissuta nei “mezzi silenzi”, nelle frasi da interpretare, nelle solitudini di chi faceva cronaca in anni in cui la città era un teatro di violenza e di mistero.
Cerasa ha ricordato come Sottile abbia attraversato quella stagione con uno sguardo che non si è mai lasciato corrompere dalla retorica. Un misto di ironia, malinconia e lucidità che ha sempre avuto come scopo la consapevolezza.
La letteratura come educazione sentimentale
Mulè ha parlato di Sottile come di un maestro severo, uno che pretendeva che ogni parola fosse misurata, ogni aggettivo pesato, ogni fatto verificato. Eppure, dietro quella disciplina, c’era una vocazione, quella sì, autentica: la convinzione che la scrittura fosse un modo per dare forma al mondo, per non cedere alla banalità e per cercare sempre la “seconda lettura nelle cose”.
È questo che fa di Palermo di chitarra e coltello un romanzo e non un memoir. Sottile è capace di trasformare l’esperienza personale in una educazione sentimentale che riguarda tutti. La Sicilia che cambia, i mestieri che scompaiono, la “motolapa” che uccide un’economia antica, la città che si apre alla modernità senza sapere come difendere la propria anima.
Un mondo che non c’è più, ma che continua a parlarci
La presentazione, in un oratorio gremito, si è chiusa con un’immagine che riassume il senso del libro, quella della Sicilia come luogo in cui “Dio divise la bellezza in dieci parti e nove le assegnò a Palermo. Ma poi fece lo stesso con il dolore”. È in questa dualità che si muove la scrittura di Sottile. Un equilibrio tra luce e ombra, tra memoria e perdita, tra ciò che è stato e ciò che resta.
Palermo di chitarra e coltello è un modo per restituire dignità a un mondo che il progresso ha cancellato. Sottile lo ricostruisce con una lingua che non indulge nel rimpianto e non si rifugia nel folklore. È una lingua che osserva, che rimette al centro i mestieri scomparsi, le economie fragili, le vite di persone normali, che non finiranno mai nei libri di storia. Ma che nella letteratura trovano una possibilità di esistere ancora. E, forse, questo romanzo è anche un avvertimento: ciò che è accaduto a quel mondo può accadere anche a noi. O, magari, sta già accadendo e non ce ne rendiamo conto.





















